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Ambivalenza

Il termine Ambivalenz è stato coniato da Bleuler, dal quale Freud l'ha mutuato. Bleuler considera l'ambivalenza un sintomo fondamentale della schizofrenia, ma ammete l'esistenza di un'ambivalenza normale. Nell'ambivalenza vi è il mantenimento di una opposizione del tipo sì-no, in cui l'affermazione e la negazione sono simultanee e indissociabili.
Il termie compare in Freud per la prima volta in Dinamica della traslazione (Zur Dynamik der Ubertragung, 1912), per spiegare il fenomeno del transfert negativo. Ma l'idea di una congiunzione dell'ampore e dell'odio compare già prima, per esempio nel'analisi del Piccolo Hans e dell'Uomo dei topi. 
L'ambivalenza può essere messa in evidenza soprattutto in certe affezioni (psicosi, nevrosi ossessiva) e in certi stati (gelosia, lutto). Freud in LUtto e melancolia conclude affermando che il problema non è la perdita dell'oggetto ma l'ambivalenza. L'ambivalenza caratterizza alcune fasi dell'evoluzione libidica in cui esistono amore e distruzione dell'oggetto (fasi sadico-orale e sadico-anale). 
In questo senso essa diventa in Abrham una categoria genetica, che consente di specificare la relazione ogettuale propria di ciascuna fase. La fase orale primaria è qualificata come preambivalente: "La suzione è un atto di incorporazione, con il quale però l'esistenza della persona che nutre non è soppressa". Per questo autore, l'ambivalenza compare solo con l'oralità sadica, cannibalesca, che implica un'ostilità verso l'oggetto; l'individuo impara poi a risparmiare il suo ogetto, a salvarlo dala distruzione. L'ambivalenza può essere superata allo stadio genitale (post ambivalente).
Nei lavori di Melanie Klein, che si rocollegano a quelli di Abrham, il concetto di ambivalenza è essenziale. Per la Klein la pulsione è senz'altro ambivalente: l'amore dell'oggetto stesso non si separa dalla sua distruzione; l'ambivalenza diventa una qualità dell'oggetto stesso contro la quale il sogetto lotta scindendolo in "oggetto buono" e "oggetto cattivo". Un oggetto mbivalente che sia al tempo stesso idealmente benefico e fadoamentalmente distruttore non può essere tollerato.
Freud alla fine della sua opera tende ad accrescere l'importanza dell'ambivalenza nel trattamento e nella teoria del conflitto. Il conflitto edipico, nelle sue radici pulsionali, è concepito come un conflitto di ambivalenza e una delle sue dimensioni principali è l'opposizione tra "...amore ben fondato e odio non meno giustificato, entrambi rivolti verso la stessa persona". In questa prospettiva la formazione dei sintomi nevrotici è concepita come il tentativo di approtare una soluzione a tale conflitto: la fobia per sempio sposta uno dei due componenti, l'odio, verso un ogetto sostitutivo; la nevrosi ossessiva tenta di rimuovere l'impulso ostile rafforzando il moto libidico sotto forma di formazione reattiva.

L'ambivalenza è qualcosa di più profondo di una "complessità di sentimenti", di "fluttuazioni nell'atteggiemento" o di "sentimenti misti", e va al di là dell'oggetto. L'oggetto non influenza l'ambivalenza, questa può essere l'espressione di una caratteristica strutturale dell'individuo dove gli opposti possono coesistere senza confluttualità. L'ambivalenza è essenzialmente qualcosa di inconscio. Per l'albivalente tutto va male, il sogetto nel suo sentimento profondo non riesce ad avere sentimenti misti ma nutre impulsi opposti: "ti amo e ti uccido", "ti accetto e ti rifiuto". Il paziente ambivalente non si da pace e si consuma. Lunghi fidanzamenti possono essere legati all'ambivalenza. Il problema è chiedersi se il soggetto è capace di amare. "Amor, ch'a nullo amato amar perdona" (verso 103 canto V dell'Inferno): 
"L'amore, che a nessuno perdona, se amato, di riamare" "L'Amore, che obbliga chi è amato ad amare a sua volta". Per essere capace di amare senza ambivalenza patologica ed interamente una persona deve avere potuto fare esperienza in infanzia di essere amata senza ambivalenze dai suoi genitori. L'ambivalenza dei genitori verso i figli è patogenetica. Quando un genitore dice "non l'ho mai sgridato", ci si potrebbe chiedere "perché no?". Il figlio può crescere con ambivalenza rispetto alla propria identità. Queste persone necessitano di una cura a 3-4 sedute la settimana, necessitano di poter essere robustamente sorrette mentre vanno progressivamente ad accorgersi di quanto capita ed è capitato dentro di loro. Per la diagnosi è necessario poter affrontare con la coppia genitoriale a come è avvenuto il concepimento. L'impatto dell'ambivalenza è necessariamente maggiore nelle persone emotivamente vicine che in quelle lontane e, così, sui nostri figli piuttosto cvhe sui figli degli altri.

Bibliografia:
Laplanche e Pontalis - Enciclopedia della psicoanalisi

Identificazione proiettiva

Rispetto al concetto di identificazione proiettiva (projective identification), introdotto da Melanie Klein nel 1946 in “Note su alcuni meccanismi schizoidi”, le posizioni teoriche differiscono sensibilmente. Vi è chi, come Meissner, nega l’utilità del concetto stesso di identificazione proiettiva, affermando che la maggior parte dei fenomeni così definiti possano essere spiegati ipotizzando reciproche proiezioni ed introiezioni. Altri invece distinguono chiaramente l’indentificazione proietiva dalla proiezione, come Kernberg che sostiene che nella prima l’individuo “mantiene una empatia” con ciò che è proiettato e induce anche nell’oggetto una “corrispondente esperienza intapsichica”, mentre nella proiezione si verifica il “ripudio di tutto ciò che è proiettato” e non c’è alcun tentativo di provocare tali sentimenti nell’oggetto. Kernberg ritiene che l’idenficazione proiettiva sia “un tentativo, nella fantasia primitiva, per separarsi da ciò che è intollerabile allo scopo di controllarlo”. Per la Klein la possibilità di attuare identificazioni proiettive si sviluppa successivamente alla capacità di effettuare proiezioni, durante la posizione schizoparanoide: parti di sè e degli oggetti vengono scisse e proiettate sull’oggetto esterno che con questi viene identificato. L’identificazione proiettiva ha differenti scopi: può essere diretta verso l’oggetto ideale per evitare la separazione, o può essere diretta verso l’oggetto cattivo per acquistare controllo sulla sorgente del pericolo. Varie parti di sé possono essere proiettate, con scopi differenti: parti cattive di sé per liberarsene, così come per attaccare e distruggere l’oggetto; parti buone possono essere proiettate per evitare la separazione o per tenele al sicuro da cose cattive che sono dentro o per migliorare l’oggetto esterno attraverso una sorta di “primitiva riparazione proiettiva”.

Psicoanalisi - Psicoterapia

Edward Bibring nel 1954 individua 5 tipi di psicoterapia: suggestiva, abreativa, manipolativa, chiarificatrice e interpretativa (con manipolativa intende la psicoterapia nella quale il medico partecipa cercando di dare un'immagine che seva da modello di identificazione).
Quel che diferenzia la psicoanalisi dalle psicoterapie in generale è che queste utilizzano la suggestione, l'abreazione e la manipolazione come strumenti terapeutici, mentre in psicoanalisi gli unici strumenti ritenuti terapeutici sono la chiarificazione e l'interpretazione.

Quando parliamo qui di psicoterapia intendiamo riferci a quella modalità di intervento denominata usualmente psicoterapia psicoanalitica e non alle altre metodologie su base psicologica .
Se una persona di un certo livello culturale apprendesse alla perfezione, leggendo i vari testi disponibili, la teoria e la tecnica psicoanalitica e la applicasse correttamente su pazienti, che tipo di operazione farebbe? Potremmo certamente dire che questa persona, incontrando un altro essere umano che chiede il suo aiuto, intraprenderà un “rapporto” psicologico. Questo sarà però disturbato dalle conoscenze tecniche acquisite che verranno inconsapevolmente utilizzate per evitare di entrare veramente nel “rapporto”. Tenderà cioè ad usare le sue cognizioni come una difesa intellettuale che agirà da barriera fra sé e l'altro onde evitare coinvolgimenti difficilmente controllabili. Egli eviterà di “lasciarsi andare” al rapporto, proprio perché gli mancheranno gli strumenti di consapevolezza che l'analisi personale permette di acquisire e che consentono di lavorare sul proprio controtransfert. L'apprendimento teorico e tecnico della psicoanalisi non fanno lo psicoanalista né consentono l'applicazione terapeutica di questa disciplina perché occorre prima sperimentare su se stessi l'evento paradossale di lavorare, mediante la coscienza, su livelli inconsci. Ciò infatti presuppone una sufficiente conoscenza del proprio mondo interno che permette di vivere “consapevolmente” quel “rapporto” il quale altrimenti, pur essendo apparentemente corretto, nella migliore delle ipotesi è paragonabile ad un viaggio guidato da un pilota sapiente ma cieco.
Questa premessa può apparire banale, ed infatti lo è, ma è l'unica possibile per poter affermare che non si può parlare di psicoterapia psicoanalitica senza partire dal presupposto tassativo che essa può essere praticata solo da chi abbia compiuto una sufficiente esperienza di analisi personale. Pertanto la psicoterapia psicoanalitica non può definirsi tale se non è praticata da chi abbia effettuato una analisi personale.
Questi concetti sono impliciti nelle seguenti definizioni che della psicoterapia psicoanalitica danno Rycroft e Laplanche e Pontalis nei loro Dizionari di Psicoanalisi:
Dicono Laplanche e Pontalis: “Col nome di “psicoterapia analitica” si intende una forma di psicoterapia che si basa sui principi teorici e tecnici della psicoanalisi, senza tuttavia realizzare le condizioni di una cura psicoanalitica rigorosa”.
E Rycroft: “Uno psicoterapeuta orientato psicoanaliticamente è una persona che intende usare le teorie e le tecniche psicoanalitiche senza avanzare alcuna pretesa di essere stato formato in un Istituto psicoanalitico”.
L'analisi personale, adeguate supervisioni ed una buona preparazione teorica costituiscono la base comune di qualsiasi analista, sia che questo iter venga svolto in un Istituto psicoanalitico con un training istituzionalizzato, sia al di fuori dell'istituzione psicoanalitica, anche se ciò, come vedremo, comporta dei rischi.
Questa base comune non rende tuttavia identici i due tipi di formazione così come un'ampia esperienza di supervisione mi ha consentito di osservare.
Fuori dalle Istituzioni psicoanalitiche si formano, fatte le debite eccezioni, degli psicoterapeuti con delle difese di struttura che non consentono loro di approfondire il rapporto. Difese che io ritengo salutari sia per il terapeuta che per il paziente. Ciò tuttavia non giustifica una netta linea di demarcazione fra la psicoterapia psicoanalitica e la psicoanalisi, adoperando il criterio esterno di un “contratto” e di un “setting” predeterminanti per cui, ad esempio, lo “status simbol” del lettino farebbe definire il trattamento una analisi e il “vis à vis” una psicoterapia.
Il setting analitico, così come ci è stato tramandato e così come viene applicato oggi dalla generalità degli analisti di tutto il mondo, ha una sua ragione di essere. Esso è frutto di lunghissime esperienze che hanno permesso di capire come i suoi aspetti tecnici consentano un rapporto che si svolge a livelli la cui profondità è quella che la regressione dell'analizzando permette di raggiungere. Tutto il setting tende a favorire la regressione, tanto che ogni sua trasformazione potrebbe modificare le possibilità di regressione. Ne consegue che il lettino, le numerose sedute ravvicinate, l'esclusione totale della realtà esterna del paziente, la neutralità dell'analista che non si pone come oggetto reale, l'interpretazione sistematica del transfert sia nei sogni che nelle associazioni, creano le condizioni tecniche le più favorevoli per indurre una profonda regressione con tutte le conseguenze che questo comporta. Se a questo aggiungiamo l'analisi del controtransfert e l'autoanalisi che ogni analista compie verificandola ogni giorno nel contatto con le problematiche dei suoi pazienti, possiamo definire quanto sopra descritto come lo svolgimento di un trattamento psicoanalitico classico. Ne dovrebbe conseguire che chiunque modifichi una o più delle variabili sopradette non farebbe “psicoanalisi” ma qualche cosa d'altro che per comodità usiamo chiamare “psicoterapia psicoanalitica”.
Io credo però che questa valutazione non tiene conto che il rapporto che si determina nella coppia analista-analizzando è molto più complesso ed obbedisce a delle dinamiche interne proprie della coppia che smentiscono la cosiddetta “neutralità” dell'analista. Salvo che, non si confonda la neutralità con la regola dell'astinenza e solo per questo si consideri il rapporto della coppia analitica come veramente asettico.
Nel momento del primo incontro dell'analista con l'analizzando, quando cioè questi due esseri umani debbono decidere se possono e debbono fare insieme un pezzo di strada della loro vita, certamente avvengono alleanze e collusioni conscie e inconscie che peseranno non certo asetticamente, sulla decisione. E questa scelta, come ben sappiamo, avviene prescindendo da qualunque altra considerazione.
Basti pensare alle scelte che ogni analista fa, che solo apparentemente sono guidate da parametri teorici tendenti ad etichettare i pazienti; ciascuno di noi infatti prende in trattamento quel certo paziente ed adopera tecniche a volte atipiche: sarebbe interessante ad esempio capire perché in certi momenti del nostro iter professionale abbiamo in trattamento più donne che uomini, più adolescenti che adulti, più psicotici che nevrotici; oppure perché alcuni di noi si dedicano ai gruppi o prevalentemente ai bambini.
Nell'introduzione al Panel sulla “formazione della coppia”, presentato al Congresso di Taormina, ho scritto: “Osservare un processo analitico come qualcosa che riguarda la coppia e non il solo paziente, o, nel migliore dei casi il paziente da un lato e l'analista dall'altro, modifica sostanzialmente l'ottica usuale.
Concetti come diagnosi, prognosi, indicazioni e controindicazioni, analizzabilità e cura, visti nell'ottica del rapporto di coppia hanno perduto la loro consueta significatività. Tanto più che la aspecificità della tecnica psicoanalitica nei confronti del sintomo non ne è affatto condizionata.
Tali concetti hanno cominciato ad essere considerati come vere e proprie difese professionali dell'analista, direttamente influenzate dall'economia interna del paziente e quindi dalla disponibilità della coppia a raggiungere determinati livelli di regressione, e quindi di profondità” — Dice Winnicott: “L'analisi è per coloro che la desiderano, ne hanno bisogno e sappiano sopportarla. In caso contrario, mi trasformo in psicoanalista che risponde alle esigenze di quel caso particolare o tenta di farlo. Il lavoro più difficile, quello che non corrisponde alla tecnica psicoanalitica standard, è il lavoro di un analista che abbia già dietro a sé una certa esperienza “classica” e davanti a sé la capacità permanente di re-inventarsi”.
La situazione analitica, quale si può ricavare dall'opera di Winnicott, è la dinamica di una relazione (quella dell'analista con il paziente) e la comune creazione di uno spazio all'interno del quale si iscrivono i meccanismi più primitivi d'amore, di odio, di introiezione, di proiezione, di rappresaglie, di disintegrazione. E questo può avvenire in quanto c'è, in partenza, un “adattamento dell'analista alla angoscia del paziente. A partire da codici minimi di sicurezza, si istituisce un quadro capace di contenere le angosce più arcaiche e si svolge, in libertà, il processo analitico, processo nel quale trova posto la partecipazione inconscia dell'analista.
D'altra parte è anche certo che l'inconscio di ogni persona che chiede una analisi sa già (basta pensare ai sogni d'inizio d'analisi) quale cammino è in grado di compiere utilizzando per tale fine la disponibilità dell'analista.
Ed è a questo punto che, a mio modo di vedere, è possibile forse capire se il lavoro che si comincia sarà una “vera analisi cosiddetta ortodossa” oppure una psicoterapia psicoanalitica, oppure una psicoterapia durante la quale ci saranno momenti di analisi. E' qui che emerge un criterio discriminante: è un criterio interno e potrebbe definirsi come “le aspettative della coppia analista-analizzando”. Sono queste che, conscie e inconscie, causa e frutto dell'incontro e della formazione della coppia, determineranno il “patto” che costituirà il setting interno ed esterno della terapia.
Quanto più tali aspettative si rivolgeranno ai sintomi o all'adattamento alla realtà o al mondo esterno dell'analizzando o ai contenuti del materiale che l'analizzando porta, tanto più ci si allontanerà da quei processi mutativi che l'analisi tende a raggiungere senza alcuna finalizzazione evidente.
Jones, nel suo lavoro “I criteri del successo nella cura” (1936), distingue i risultati “terapeutici” da quelli “analitici”. Parlando dei primi egli osserva come il paziente dia un significato quasi mistico al sintomo principale per cui si era originariamente rivolto all'analista e di come esso viene preso come terreno di scontro tra paziente e analista, un banco di prova della lotta fra resistenza e analisi.
Il successo analitico, invece, egli dice, va completamente al di là del campo patologico e comprende anche le linee evolutive di tutti gli interessi principali della vita del soggetto.
Risulterà allora che la psicoterapia psicoanalitica potrà apparire molto più “curativa” di un trattamento analitico, proprio perché oltre a consentire un deflusso dell'angoscia di superficie permetterà il soddisfacimento delle aspettative insite nel primo incontro e nella formazione della coppia.
Dai candidati degli istituti psicoanalitici si pretendono alcune impostazioni che consentano di far loro apprendere nel modo più corretto possibile la tecnica psicoanalitica cosiddetta classica. Viene preteso  che i “casi” da supervisionare consentano l'applicazione delle tecniche ortodosse.
Poniamo ora attenzione a ciò che accade quando ci chiede una supervisione uno psicoterapeuta che ha acquisito una formazione analitica fuori dai nostri Istituti e che opera sul “campo” in Istituzioni Pubbliche o privatamente nel proprio studio.
L'esperienza di supervisioni di psicoterapeuti ha confermato che l'errore più comune che viene commesso è nel come “si assumono” i pazienti e cioè nel primo incontro e nel successivo contratto. Eppure tali psicoterapeuti sono persone analizzate che, attraverso la propria esperienza analitica, anche se solo “limitata”, dovrebbero e potrebbero ovviare certi errori banali. L'esperienza ha permesso di capire che le distorsioni erano inconsciamente volute dalla coppia che, difensivamente e quindi collusivamente, sceglieva di mantenere il rapporto a livelli non molto profondi, quasi sempre tendenti a rafforzare certe difese. L'atteggiamento più frequente fra gli psicoterapeuti è quello di “aspettarsi qualcosa dal paziente”, di poter prevedere “come andrà a finire il trattamento”, la preoccupazione di “dare qualcosa al paziente” con una forte tendenza a rassicurare e notevole allarme di fronte agli attacchi aggressivi o alle angosce del paziente unite alla costante paura di perderlo. Si evidenzia cioè una scarsa disponibilità ad accettare la regressione del paziente, il quale, non a caso, ha scelto quello psicoterapeuta che gli garantisce in definitiva di non angosciarsi troppo e di evitare il contatto con le parti più profonde del proprio inconscio.
Quindi gli errori sono solo l'espressione delle difese del terapeuta. Ciò potrebbe anche far comprendere come il lavorare nelle Istituzioni, dove un trattamento analitico classico è impensabile, può voler dire, a mio avviso, utilizzare l'Istituzione come una realtà che giustifica e obbliga a mettere in opera resistenze e difese contro l'approfondimento del rapporto.
D'altra parte è esperienza comune nei candidati la frequente possibilità di perdere i propri pazienti. Ogni didatta potrebbe testimoniare ciò con ampia casistica. E anche l'osservazione che spesso i pazienti dei candidati “vanno meglio”, è da riferirsi alla maggiore terapeuticità del funzionamento della coppia legata molto di più alle aspettative di guarigione.
Il concetto di “spontaneità” dell'analista per me ha lo stesso significato da attribuire al concertista che diventa tale solo quando ha tanto assorbito la tecnica strumentale da poterla dimenticare perché sarà interessato soltanto a “fare la musica”. È quello che nel nostro campo può significare conoscere tanto bene il mestiere di analista da poterlo dimenticare per poter essere analista anziché fare
l'analista.
Mi rendo conto che ciò che ho detto può turbare gli amanti delle regole: quelle regole che i candidati, all'inizio del loro iter, ci chiedono ripetutamente, e che non venogno ovviamente mai date. La tecnica psicoanalitica infatti si fonda sul principio inderogabile della “regola aurea”. Cioè la “regola” della “non regola”., fuori da questa “regola” non c'è psicoanalisi.
E' così possibile considerare il “patto” che definisce il “setting” come il fattore differenziante fra trattamento psicoanalitico e psicoterapia psicoanalitica. Tale patto o, come si usa dire “contratto”, non è definito da un criterio esterno deciso sulla base di schemi precostituiti, ma come risultato di una dinamica che si sviluppa all'interno della coppia terapeutica fin dal primo incontro che si manifesterà poi con la costituzione del setting. Il setting ovviamente non deve essere definito in termini contraddittori: è impensabile, ad esempio, stabilire di fare una seduta alla settimana facendo sdraiare il paziente sul lettino; e ciò perché mentre distanziare le sedute vuoi dire mantenere il rapporto a livelli meno profondi, il lettino, anziché il vis-à-vis, vuoi significare facilitare la regressione del paziente e quindi consentire l'emergere di materiale più profondo. La consequenzialità della logica del setting deve essere rispettata e non può consentire contraddizioni. Se così non fosse la linea di demarcazione già così sfumata, ma proprio per questo estremamente più delicata, fra trattamento psicoanalitico e psicoterapia psicoanalitica risulterebbe confusa ed equivoca e quindi carica di elementi distruttivi. E nonostante oggi in psicoanalisi ci si occupi più di aggressività che di libido, penso che un rapporto terapeutico è tale solo se in esso prevale la libido.

Bibliografia:
Bellanova, P. (1982). Un criterio di differenziazione fra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica. Rivista Psicoanalisi, 28:15-22;
Manuale di tecnica diR.H.Etchegoyen

Inconscio

Il termine inconscio si riferisce (Rycroft) ai processi mentali di cui il sogetto non è consapevole. "Si è generalmente d'accordo che i processi consci non formino serie intere, complete in se stesse" - Freud (1940). La psicoanalisi ritiene che i processi mentali possano differire nella qualità, alcuni essendo consci, altri inconsci. Ritiene inoltre che i processi inconsci siano di due tipi: quelli che diventano consci facilmente e quelli soggeti a rimozione.
L'aggettivo inconscio, quando viene usato per qualificare l'insieme dei contenuti non presenti nel campo attuale della coscienza, in tal caso è usato in senso "descrittivo" e non "topico", cioé senza che venga fatta una discriminazione tra i contenuti dei sistemi preconscio e inconscio.
Nel senso "topico", inconscio designa uno dei sistemi definiti da Freud nel quadro della sua prima  teoria dell'apparato psichico: esso è costituito dai contenuti rimossi cui è stato rifiutato l'accesso al sistema preconscio-cosciente mediante la rimozione.

Bibliografia
Rycroft
Laplance Pontalis

Trauma

Evento della vita del soggetto che è caratterizzato dalla sua intensità, dall'incapacità del soggetto a rispondervi adeguatamente, dalla viva agitazione e dagli effetti patogeni durevoli che esso provoca nell'organizzazione psichica.
In termini economici, il trauma è caraterizzato da un afflusso di eccitazioni che è eccessivo rispetto alla tolleranza del soggetto e alla sua capacità di dominare e di elaborare psichicamente queste ecitazioni (da "Enciclopedia della psicoanalisi" di Laplanche e Pontalis).
Il termine trauma deriva dal sostantivo greco ferita, la cui radice etimologica rimanda al verbo “forare”.
Con il termine trauma ci si riferisce infatti ad una “ferita con effrazione”, ovvero alla visibile conseguenza di azioni che provocano una lacerazione dello “scudo protettivo”, della continuità ed integrità della persona, causando un’emorragia psichica.
È traumatico ogni evento capace di produrre uno stato di impotenza, ansia ed un risveglio istintuale (Pynoos & Eth, 1985).
Talvolta piuttosto che di un singolo evento si tratta di una serie di eventi che rendono la persona temporaneamente impotente, ne alterano l’equilibrio, le consuete operazioni difensive e di coping (capacità di rispondere efficacemente alle situazioni di vita).
Seguendo le definizioni di Mc Cann e Pearlman (1990) e di Terr (1991) identifichiamo le esperienze traumatiche con un genere di evento:
-    improvviso, inaspettato o anormale;
-    eccedente le capacità dell’individuo di farvi fronte (coping);
-    disturbante rispetto alla struttura psichica del soggetto e ai suoi bisogni psicologici, in grado di generare un sentimento di assoluta impotenza.
Nell’immediatezza del trauma il soggetto sperimenta uno stress intenso caratterizzato da:
- sentimenti intensi di paura e rabbia
- senso di impotenza
- confusione e allarme
- stato di agitazione psicomotoria o di freezing (congelamento)
  -blocco mentale, del pensiero e delle emozioni (fino alla dissociazione)

Scena primaria

Il termine non viene sempre utilizzato esattamente con lo stesso significato. Tuttavia generalmente ha a che fare con fantasie o idee che il bambino va via via sviluppando sulla natura dei rapporti sessuali tra i genitori.
Inizialmente venne usato in riferimento ad una situazione in cui il bambino era stato effettivamente testimone del rapporto sessuale tra i genitori, quindi il termine venne riferito sopratutto alle fantasie.
Il ricordo diretto, se mai è presente, di solito viene post datato ad un momento successivo. In analisi emerge come ricordo di copertura pieno di distorsioni e di discrepanze. Se viene mantenuto con gran forza e sottili razionalizzazioni diventa un'illusione che spesso è in contrasto e stridente con il buon senso di realtà dell'individuo nei confronti degli eventi consueti della sua vita; ed è solo superando forti resistenze che l'analisi riesce a sradicarla.

Il termine Urszenen (scene primarie) compare in un manoscritto di Freud, la Minuta L (1897) per designare alcune esperienze infantili traumatizzanti organizzate in scenari.
F. afferma che "nel repertorio delle fantasie inconsce che l'analisi può scoprire in tutti i nevrotici, e probabilmente in tutti gli esseri umani, manca raramente l'osservazione di un rapporto sessuale trai genitori".
F. inizialmente riteneva che all'origine del disturbo nevoritico vi fosse un evento reale traumatico avvenuto in infanzia, successivamente abandonò la teoria del trauma reale per dare maggiore importanza al vissuto del soggetto ed alle sue fantasie in merito. Nel caso clinico del "l'uomo dei lupi", nella prima redazione del testo (1914), in cui F. intende dimostrare la realtà della scena primaria, pone in realtà già l'accento che è solo posteriormente che essa è compresa ed interpretata dal bambino; inversamente, quando egli sottolinea l'intervento di fantasie retrospettive, egli sostiene che il reale ha fornito almeno degli indizi (es rumori).

Gaddini ci ha mostrato che dire che il padre è, nello sviluppo infantile, un secondo oggetto, è forse improprio. Un modo più proprio di definirlo dovrebbe tenere conto almeno del fatto che questo secondo oggetto si configura, per la prima volta nell'infanzia, come un oggetto d'amore da acquisire. A differenza infatti della madre (o del seno), che il bambino vive dapprima come Sé e che solo gradualmente apprende a differenziare da sé e a porre come “esterno” (non come estraneo) al Sé, il secondo oggetto si impone al bambino fin da principio come “estraneo” (e poi come esterno) al Sé. Questo fatto nuovo è pieno di conseguenze. I modi in cui il bambino reagisce o risponde a questa esperienza, che è per molti versi sconvolgente, comportano sostanziali modifiche nel rapporto originario con la madre e nella immagine di se stesso. Inoltre, attraverso la situazione triangolare, essi promuovono uno sviluppo decisivo del rapporto oggettuale.
Il padre compare nella vita psichica del bambino molto precocemente, intorno alla seconda metà del primo anno, o poco prima.
Le esperienze di scena primaria sono legate anche alle teorie infantili sulla nascita dei bambini.
I vissuti di scena primaria occupano un periodo di tempo notevolmente lungo e di essenziale importanza per lo sviluppo, che va da quattro-sei mesi di età alla seconda metà del terzo anno.
L'acquisizione del secondo oggetto, vale a dire il suo processo di differenziazione dal rapporto d'identità imitativa con la madre, è d'importanza cruciale per l'evolvere dei processi di identificazione, per la formazione della identità adulta, e in definitiva per una sufficiente maturità del rapporto oggettuale.


Bibliografia:
"Enciclopedia della psicoanalisi" di Laplanche e Pontalis;
E. Gaddini, E. (1977). "Formazione del padre e scena primaria". Rivista Psicoanal., 23:157-183;
F. Greenacre (1998) "La scena primaria ed il senso di realtà". Psicoanalisi.