psychology, psychiatry, psychotherapy, psychoanalysis, neuropsychiatry, psychoanalytic training, psychological examination, brain development, psychological development, Sigmund Freud, consciousness, dream, memory, repression, primal scene, transference, pervasive developmental disorders, personality disorders , mind, brain, removal, storage, art and psychology, Psychologie, Psychiatrie, Psychotherapie, Psychoanalyse, Neuropsychiatrie, psychoanalytische Ausbildung, psychologische Untersuchung, die Entwicklung des Gehirns, psychische Entwicklung, Sigmund Freud, Bewusstsein, Traum, Erinnerung, Verdrängung, Urszenen, Übertragung, tiefgreifende Entwicklungsstörungen Störungen, Persönlichkeitsstörungen, Geist, Gehirn, Entfernung , Lagerung, Kunst und Psychologie, психоанализ, психология, психотерапия, психиатрия, нейропсихиатрия, психоаналитическая подготовка, психологическая экспертиза, развитие мозга, психологическом развитии, Зигмунд Фрейд, сознания, сон, память, репрессии, первичная сцена, перенос, расстройства развития, расстройства личности , ум, мозг, удаления, хранения, искусства и психологии, 精神分析学、心理学、心理療法、精神医学、神経精神医学、精神分析の訓練、心理検査、脳の発達、心理的な開発、ジークムント·フロイト、意識、夢、記憶、抑圧、プライマルシーン、移動、広汎性発達障害、人格障害、心、脳、除去、貯蔵、芸術、心理学


IPA AIPsi SINPIA SPI SIP
Visualizzazione post con etichetta definizioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta definizioni. Mostra tutti i post

Surrealismo



"Automatismo psichico puro mediante il quale ci si propone di esprimere sia verbalmente, sia per iscritto o in altri modi, il funzionamento reale del pensiero; è il dettato del pensiero, con assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di là di ogni preoccupazione estetica e morale".A. Breton 1924

Nel 1924 André Breton pubblica il primo Manifesto del surrealismo. Ne risulterebbe che il surrealismo è il tentativo di esprimere ciò che attualmente definiremmo il vero sé in piena libertà, senza l'intervento della ragione critica che, mettendo in atto meccanismi inibitori legati all'educazione o all'istruzione, ci condiziona obbligandoci a reprimere istinti e sentimenti, a nasconderli, seppellendoli nel più profondo di noi stessi, fino ad apparire come la società costuita vorrebbe che fossimo.

Agalattia


Assenza di secrezione lattea nella gestante.
Può dipendere da patologie generali, da disordini endocrini, da terapie farmacologiche o da inibizioni psichiche o stress.
Tutte queste cause possono concorrere nell'impedire la produzione di prolattina e dunque nel arrestare o rendere impossibile l'allattamento.

Vigilanza

La vigilanza è una funzione del tronco cerebrale e più precisamente della formazione reticolare contenuta nella parte rostrale del tegmento pontino, nel tegmento mesencefalico e nella prte adiacente del diencefalo. In tal modo è definita la formazione reticolare attivatrice ascendente che manda proiezioni diffuse alla corteccia cerebrale, sia direttamente che tramite il talamo.

Coscienza

La coscienza può essere definita come l'insieme delle funzioni cognitive che ci consentono di attribuire un significato e di rispondere in maniera adeguata alle stimolazioni sensitive e sensoriali, ed in particolare alle più complesse tra di esse, le stimolazioni verbali. Così definita, la coscienza è una funzione della corteccia cerebrale.

Disturbi specifici dell'apprendimento: riflessioni su un argomento complesso - Specific learning disabilities: reflections on a complex subject

Spesso si sente che i clinici si chiedono se esistono o  non esistono questi disturbi così specifici di una funzione così particolare. Certamente esistono e vanno riconosciuti e curati adeguatamente.
L'errore più grande che viene commesso da clinici e non-clinici al riguardo è legato ad una sorta di confusione di linguaggi tra il linguaggio della psiche e il linguaggio della neuropsicologia e della neurologia in generale. 
Vari sono i motivi che giustificano questa confusione. Un disagio emotivo determina difficoltà prevalentemente riguardanti la fase di sviluppo che il bambino "a disagio" sta affrontando in quel particolare  momento. Un bambino che sta imparando a parlare se è in difficoltà emotiva parlerà più tardi o parlarà male, così come un bambino che sta acquisendo il controllo sfinterico potrà avre difficoltà a quel livello se proprio in quel momento gli accadono intorno cose complesse emotivamente come la nascita di un fratellino. Un bambino che fatica ad afforntare la separazione dai genitori e che va a scuola avrà difficoltà di apprendimento, come un bambno che per altri motivi proprio mentre ci si aspetta che impari a leggere  attraversa un periodo emotuvamente difficile. Del resto un funzione non ancora formata ma in formazione è il punto più fragile di una persona, una funzione già acquisita diviene parte integrante non solo della nostra psiche ma anche del nostro sistema nervoso pertanto sarà meno facilmente il sintomo bersaglio primario o unico di un disturbo emotivo.
Vediamo dunque come e perchè il disturbo dell'apprendimento visto come disturbo specifico da specifica alterazione neurfunzionale sia qualcosa di difficile da comprendere e da affrontare poiché si esprime con modalità simili a come si esprime una difficoltà emotiva in un bambino della stessa età.
Vi sono persone che semrbano equilibrate, sembrano stare bene, sono adattate alla società e non si lamentano mai, appaiono a tutti come sane, e dentro di sé hanno una difficoltà ed una sofferenza talvolta così profonde da portare all'improvviso ad un gravissimo crollo o al suicidio con la sorpresa di tutti: questo per dire che non tutte le soffereneze emotive sono così evidenti e produttrici di sintomi. Talvolta il sintomo è qualcosa anzi di prezioso che consente a tutti di accorgersi che c'è qualcuno in difficoltà così da potersene prendere cura. Così il sintomo disturbo dell'apprendimento può essere un sintomo prezioso per consentire a genitori di accorgersi che c'è da occuparsi di quel bambino: se quel sintomo è di natura psicologica e viene trattato come disabilità si rischia di aggiungere danno alla beffa, quel bambino non verrà aiutato ma appesantito da una diagnosi di disabilità, addirittura potrà apparire più sereno poiché privato delle frustrazioni necessarie della vita che però gli sarebbero state preziose per la sua crescita emotiva. 
Altro parametro da tenere in considerazione adeguatamente è che le frustrazioni sono indispensabili per crescere e se priviamo eccessivamente un bambino di minime frustrazioni egli non crescerà e la sua mente non si svilupperà secondo le sue potenzialità.
Molti bambini con disturbo specifico dell'apprendimento divengono presto o tardi portatori di difficoltà emotive, indispensabile in questi casi non trattarli come inevitabilmente afflitti a causa della loro "malattia di base", diviene indispensabile a quel punto prenderli in considerazione globalmente come persone e non solo rasicurati e sostenuti nella loro disabilità. Non possiamo sapere fin dall'inizio che l'ansia del bambino sia legata ad una causa specifica, un bambino depresso con DSA deve essere curato così come ha diritto di essere curato qualsiasi bambino depresso da una persona esperta della cura dei disturbi emotivi dei bambini. Dire che ha un DSA e che dunque è comprensibile che sia depresso non ha senso come non avebbe senso dire così per nessun affetto da qualsiasi altra difficoltà o patologia: dispiaciuto sarebe compatibile con la realtà, così come temporaneamente triste, ma se presenta un disturbo ansioo o depressivo o qualsiasi altro disturbo dovrà essere preso in considerazione come bambino nella sua persona completa.
Vanno dunque tenuti presente due punti di vista differenti quello psicologico emotivo e quello neuropsicologico, parlano con linguaggi differenti anche se dal punto di vista funzionale determinano conseguenze che si intrecciano e si influenzano vicendevolmente. Nelle anoressiche vi è una funzione psichica alterata quella della precezione del sé corporeo, si vedono grasse anche da molto magre, ora se vogliamo curare la persona e resituirle la possibilità di vivere come tale non possiamo prendere in consierazione solo la sua alimentazione, mentre qualcuno si occupa di farla mangiare altri dovranno aiutarla a capire come  mai si è trovta in quella situazione e aiutarla a riprendere se possibile una vita cosapevole e "normale". Così è per i disturbi dell'apptendimento: la difficoltà specifica merita adeguata riabilitazione ed una impossibilità grave merita di essere resa nota agli insegnanti che non possono pretendere troppo oltre le capacità del bambino, ma se il bambino mostra agli occhi di un clinico esperto segni di sofferenza che non hanno carateristica di transitorietà, questo bambino si merita una cura sul piano psicologico.
Devo aggiungere che queste riflessioni sono influenzate anche da alcune condotte per me non basate su una vera onestà intelettuale, che rischiano di portare clinici ,inegnanti e genitori a ricondure sintomi psicologici di un bambino con dsa al dsa stesso e quindi così a non curarli come meriterebbero. A questo proposito è utile ricordare che personale non lungamente e specificamente addestrato e formato ha inevitabilmente le stesse resistenze ripetto alle difficoltà emotive di chiunque e forse spesso anche di più, così rischia di avere necessità di fuggire dalla sofferenza psichica e di doverla negare per il fatto che altrimenti queste persone dovrebbero trovarsi necessariamente a porsi difficili domande anche su di sé. 
Avere un disturbo psicologico o emotivo non è un dramma, è solo fortunato quel bambino che ha due genitori (o un medico) capaci di accorgersene e di occuparsene e sfortunato quel bambino che ha due genitori (o un medico) con la necessità di negare ogni difficoltà emotiva.  

I disturbi specifici dello sviluppo riguardano quelle alterazioni funzionali [alterazione funzionale è una alterazione di una funzione senza substrato organico giustificante il sintomo, dunque in ciò vi è una identicità con i disturbi psicologici - ndr] che coinvolgono il lingiaggio, la lettura, la scrittura, il calcolo, le tappe motorie, le abilità attentive, l'interazione sociale; essi possono manifestarsi isolatamente o più spesso in associazione tra loro (Tressoldi 2012). Fino a qui siamo costretti a dire che non vi è nulla di specifico ma che le stese cose valgono per i disturbi psicologici. Un bambino piccolo sofferente ha un ridardo nello sviluppo motorio e nel superare le tappe di sviluppo specifiche della sua età, solo da più grande potrà dire sono triste o sono ansioso, un bambino depresso spesso mangia poco, parla tardi, è impacciato dal punto vi vista neuromotorio. Esprime cioé solo i sintomi somatici della depressione non avendo la capacità cognitiva per comunicarli anche in altro modo, così esprime solo i sintomi da alterato funzionamento fisiologico che si notano anche nell'adulto depresso che ha alterazioni del sonno, dell'alimentazione, della concentrazione, un rallentamento del pensiero, difficoltà a ricordae e così via, solo che nell'adulto vi è anche la capacità di mentalizzare e dunque ci può anche dire sto male, mi sento triste o altro.

Per DSA, come per tutti i Disturbi dello Sviluppo, si intende un'alterazione di una particolare funzione, in relazione ad un "rischio" di disagio, alla manifestazione di specifichi sintomi di sofferenza psicologica, a problematiche di adattamento al contesto. (Hulme e Snowling, 2009). L'assenza o la sua solo parziale acquisizione deve determinare la presenza di segni e sintomi tali da definire il Disturbo, difficoltà di adattamento e nello svolgere funzioni proprie dell'età.
I dsa si caratterizzano per cambiamenti significativi nella manifestazione dei sintomi in relazione all'età, vale a dire che l'espressività del disturbo si modifica in relazione al livello di compromissione della funzione e all'età.
Inevitabilmente il livello delle capacità dei bambini dipenderà dalla situazione familiare e scolastica e non solo dalle loro caratteristiche individuali.
L'eziologia dei disturbi evolutivi specifici delle ablità scolastiche non è nota, ma si suppone che vi sia un intervento significativo di fattori biologici i quali interagiscono con fattori non biologici (come le opportunità di apprendimento e le qualità dell'insegnamento) (Tressoldi 2012), e dunque con le caratteristiche delle struttura di personalità del bambino e con le caratteristiche emotivo-affettive dell'ambiente in cui cresce e in cui è cresciuto. Per la diagnosi è dunque necessario somministrare test funzionali al bambino e parallelamente eseguire accurati colloqui clinici con la coppia genitoriale e con il bambino stesso.

Direttive diagnostiche
- Vi deve essere un grado clinicamente significtaivo di compromissione dell'abilità scolastica specifica che statisticamente ci si aspetterebbe in meno del 3% della popolazione dei bambini che frequentano la scuola (-2 deviazioni standard dalla media). Le difficoltà scolastiche sono spesso precedute da deviazioni nello sviluppo begli anni prescolastici (dist. nell'eloquio o nel linguaggio). Spesso viene utilizzato come segno di compromissione significativa la presenza di distraibilità, iperattività, disturbi emotivi o della condotta (qui effettivamente stabilire quale è la causa o la conseguenza tra il dist dell'apprendimento e i disturbi emotivi diviene realmente molto complesso). Le difficoltà scolastiche non regrediscono rapidamente con un aiuto a casa o a scuola (così come accade anche nei casi di gravi difficoltà emotive).
- La compromissione funzionale non deve essere attribuibile ad una compromissione intellettiva.
- La compromissione deve riguardare lo sviluppo, deve essere stata presente durante i primi anni di scolarizzazione e non acquisita più tardi nel corso del processo educativo.
- Non devono essere presenti fattori esterni capaci di fornire una sufficiente motivazione per le difficoltà scolastiche.
- Il disturbo non deve essere direttamente dovuto a difetti non corretti della vista o dell'udito.
- E' importante discriminare tra disturbi evolutivi specifici delle abilità scolastiche che insorgono in assenza di condizioni neurologiche clinicamente diagnosticabili e quelli che sono secondari a qualche condizione neurologica come la paralisi cerebrale.

Disturbi dell'apprendimento

Con il termine disturbi dell'apprendimento sono indicate tutte quelle condizioni in cui il bambino non apprende in misura adeguata alla sua età.
In questa accezzione, i disturbi di apprendimento costituiscono generalemnte un sintomo di molte condizioni patologiche, spesso notevolmente diverse tra di loro.
Esistono infatti numerose cause di ordine neurologico, psicologico, sociale, culturale, che possono, in varia combinazione tra loro, compromettere il processo di apprendimento.
I disturbi dell'appredimento possono essere legati a definite sindromi neurologiche o psicopatologiche, ovvero costituire un quadro clinico a sé stante (disturbi specifici dell'apprendimento).

Disturbi dell'apprendiemnto legati a sindromi neurologiche

Le sindromi nelle quali sono abitualmente presenti disturbi dell'apprendimento sono rappresentate da:
- kinesipatie encefaliche;
- epilessia;
- encefalopatie progressive.

Disturbi dell'apprendimento legati a sindromi psicopatologiche

- insufficienza mentale;
- nevrosi;
- psicosi;
- depressione.

Disturbi specifici dell'apprednimento (DSA)

Generalità

Nell'ambito dei disturbi dell'apprendimento sono state individuate alcune condizioni nelle quali risulta specificamente compromessa la capacità di apprendimento della lettura (dislessia), della scrittura (disortografia) e del calcolo (discalculia) in assenza di alterazioni psicopatologiche o sensoriali, di deficit cognitivi o di situazioni carenziali, che possano spiegarne l'origine.
Questi quadri vengono generalmente denominati "disturbi specifici dell'apprendimento" anche se altri autori preferiscono chiamarli "disabilità evolutive specifiche dell'apprendimento" in relazione alla loro tendenza alla graduale attenuazione.
Nonostante la tendenza migliorativa, esse rivestono notevole importanza - oltre che per l'ostacolo che frappongono nello specifico settore dell'apprendimento - anche per le possibili ripercussioni sulla strutturazione della personalità, a causa delle frustrazioni che ne possono derivare.

Eziopatogenesi

Circa l'eziopatogenesi il discorso è più che mai aperto. Le incertezze riguardano sopratutto la patogenesi in quanto gli studi effettuati in tal senso evidenziando, peraltro in maniera incostante, alterazioni relativamente elementari (quali dislateralità, disorganizzaizone temporo-spaziale), hanno permesso di accedere inmaniera molto limitata ai complesis meccanismi che sottendono l'apprendimento della scrittura, della lettura e del calcolo.

[...]

Bibliografia:
Diagnosi dei disturbi dell'apprendimento scolastico - Vio, Tressoldi, Lo Presti;
www.lineeguidadsa.it;
Neuropsichiatria dell'Età Evolutiva - Giuseppe Giordano.

Masochismo

Perversione sessuale nella quale il sodisfacimento è legato alla sofferenza o all'umiliazione subita dal soggetto.
Freud estende la nozione di masochismo al di là della perversione descritta dai sessuologi riconoscendone degli elementi in numerosi comportamenti sessuali e dei rudimenti nella sessualità infantile e descrivendone alcune forme derivate, specie il "masochismo morale" in cui il soggetto, a causa di un senso di colpa inconscio, cerca la posizione di vittima senza che vi sia direttamente implicato un piacere sessuale.
Le persone che hanno bisogno di fantasie o azioni sadiche per raggiungere una gratificazione sessuale stanno spesso inconsciamente cercando di rivivere o capovolgere degli scenari infantili nei quali sono stati vittime di abuso fisico o sessuale.

La sessualità nella maggior parte degli uomini si rivela  mescolata ad una certa aggressività. Il sadismo corrisponderebbe a una componente aggressiva della pulsione sessuale, resasi indipendente ed esagerata, che usurpa per spostamento la posizione principale. Il masochismo come perversione sembra allontanarsi dalla meta sessuale normale più del sadismo.
Spesso si può riconoscere che il masochismo non è nient’altro che una prosecuzione del sadismo rivolto contro la propria persona, la quale fin dall’inizio tiene il luogo dell’oggetto sessuale.

Bibliografia:
Laplanche e Pontalis: Enciclopedia della Psicoanalisi

Aprés-coup e avant-coup

La terapia psicoanalitica mira a sviluppare la capacità di vivere. Una modalità di vivere che si basa sulla compiacenza è la conseguenza di un fallimento dell'indipendenza.

Tutti abbiamo un modo di essere che diamo per scontato, vivere creativamente vuole dire di conformarsi a questa modalità in modo automatico.
Vivere creativamente vuole dire essre pronti al perturbante.
Continuare ad evolversi significa essere indipendenti anche da ciò che si è stati.
Un aseptto essenziale dell'essere creativamente vivi è arricchire il momento presente con un articolazione sempre nuova dell'esperienza passata. 
L'altro aspetto è vivificare il presente mediante una riconfigurazione inconscia continua della propria disponibilità nei confronti del futuro.

Liberamente tratto da:
Michael Parsons "aprés-coup e avant-coup: la morte e la scena primaria"

Ambivalenza

Il termine Ambivalenz è stato coniato da Bleuler, dal quale Freud l'ha mutuato. Bleuler considera l'ambivalenza un sintomo fondamentale della schizofrenia, ma ammete l'esistenza di un'ambivalenza normale. Nell'ambivalenza vi è il mantenimento di una opposizione del tipo sì-no, in cui l'affermazione e la negazione sono simultanee e indissociabili.
Il termie compare in Freud per la prima volta in Dinamica della traslazione (Zur Dynamik der Ubertragung, 1912), per spiegare il fenomeno del transfert negativo. Ma l'idea di una congiunzione dell'ampore e dell'odio compare già prima, per esempio nel'analisi del Piccolo Hans e dell'Uomo dei topi. 
L'ambivalenza può essere messa in evidenza soprattutto in certe affezioni (psicosi, nevrosi ossessiva) e in certi stati (gelosia, lutto). Freud in LUtto e melancolia conclude affermando che il problema non è la perdita dell'oggetto ma l'ambivalenza. L'ambivalenza caratterizza alcune fasi dell'evoluzione libidica in cui esistono amore e distruzione dell'oggetto (fasi sadico-orale e sadico-anale). 
In questo senso essa diventa in Abrham una categoria genetica, che consente di specificare la relazione ogettuale propria di ciascuna fase. La fase orale primaria è qualificata come preambivalente: "La suzione è un atto di incorporazione, con il quale però l'esistenza della persona che nutre non è soppressa". Per questo autore, l'ambivalenza compare solo con l'oralità sadica, cannibalesca, che implica un'ostilità verso l'oggetto; l'individuo impara poi a risparmiare il suo ogetto, a salvarlo dala distruzione. L'ambivalenza può essere superata allo stadio genitale (post ambivalente).
Nei lavori di Melanie Klein, che si rocollegano a quelli di Abrham, il concetto di ambivalenza è essenziale. Per la Klein la pulsione è senz'altro ambivalente: l'amore dell'oggetto stesso non si separa dalla sua distruzione; l'ambivalenza diventa una qualità dell'oggetto stesso contro la quale il sogetto lotta scindendolo in "oggetto buono" e "oggetto cattivo". Un oggetto mbivalente che sia al tempo stesso idealmente benefico e fadoamentalmente distruttore non può essere tollerato.
Freud alla fine della sua opera tende ad accrescere l'importanza dell'ambivalenza nel trattamento e nella teoria del conflitto. Il conflitto edipico, nelle sue radici pulsionali, è concepito come un conflitto di ambivalenza e una delle sue dimensioni principali è l'opposizione tra "...amore ben fondato e odio non meno giustificato, entrambi rivolti verso la stessa persona". In questa prospettiva la formazione dei sintomi nevrotici è concepita come il tentativo di approtare una soluzione a tale conflitto: la fobia per sempio sposta uno dei due componenti, l'odio, verso un ogetto sostitutivo; la nevrosi ossessiva tenta di rimuovere l'impulso ostile rafforzando il moto libidico sotto forma di formazione reattiva.

L'ambivalenza è qualcosa di più profondo di una "complessità di sentimenti", di "fluttuazioni nell'atteggiemento" o di "sentimenti misti", e va al di là dell'oggetto. L'oggetto non influenza l'ambivalenza, questa può essere l'espressione di una caratteristica strutturale dell'individuo dove gli opposti possono coesistere senza confluttualità. L'ambivalenza è essenzialmente qualcosa di inconscio. Per l'albivalente tutto va male, il sogetto nel suo sentimento profondo non riesce ad avere sentimenti misti ma nutre impulsi opposti: "ti amo e ti uccido", "ti accetto e ti rifiuto". Il paziente ambivalente non si da pace e si consuma. Lunghi fidanzamenti possono essere legati all'ambivalenza. Il problema è chiedersi se il soggetto è capace di amare. "Amor, ch'a nullo amato amar perdona" (verso 103 canto V dell'Inferno): 
"L'amore, che a nessuno perdona, se amato, di riamare" "L'Amore, che obbliga chi è amato ad amare a sua volta". Per essere capace di amare senza ambivalenza patologica ed interamente una persona deve avere potuto fare esperienza in infanzia di essere amata senza ambivalenze dai suoi genitori. L'ambivalenza dei genitori verso i figli è patogenetica. Quando un genitore dice "non l'ho mai sgridato", ci si potrebbe chiedere "perché no?". Il figlio può crescere con ambivalenza rispetto alla propria identità. Queste persone necessitano di una cura a 3-4 sedute la settimana, necessitano di poter essere robustamente sorrette mentre vanno progressivamente ad accorgersi di quanto capita ed è capitato dentro di loro. Per la diagnosi è necessario poter affrontare con la coppia genitoriale a come è avvenuto il concepimento. L'impatto dell'ambivalenza è necessariamente maggiore nelle persone emotivamente vicine che in quelle lontane e, così, sui nostri figli piuttosto cvhe sui figli degli altri.

Bibliografia:
Laplanche e Pontalis - Enciclopedia della psicoanalisi

Psicoanalisi - Psicoterapia

Edward Bibring nel 1954 individua 5 tipi di psicoterapia: suggestiva, abreativa, manipolativa, chiarificatrice e interpretativa (con manipolativa intende la psicoterapia nella quale il medico partecipa cercando di dare un'immagine che seva da modello di identificazione).
Quel che diferenzia la psicoanalisi dalle psicoterapie in generale è che queste utilizzano la suggestione, l'abreazione e la manipolazione come strumenti terapeutici, mentre in psicoanalisi gli unici strumenti ritenuti terapeutici sono la chiarificazione e l'interpretazione.

Quando parliamo qui di psicoterapia intendiamo riferci a quella modalità di intervento denominata usualmente psicoterapia psicoanalitica e non alle altre metodologie su base psicologica .
Se una persona di un certo livello culturale apprendesse alla perfezione, leggendo i vari testi disponibili, la teoria e la tecnica psicoanalitica e la applicasse correttamente su pazienti, che tipo di operazione farebbe? Potremmo certamente dire che questa persona, incontrando un altro essere umano che chiede il suo aiuto, intraprenderà un “rapporto” psicologico. Questo sarà però disturbato dalle conoscenze tecniche acquisite che verranno inconsapevolmente utilizzate per evitare di entrare veramente nel “rapporto”. Tenderà cioè ad usare le sue cognizioni come una difesa intellettuale che agirà da barriera fra sé e l'altro onde evitare coinvolgimenti difficilmente controllabili. Egli eviterà di “lasciarsi andare” al rapporto, proprio perché gli mancheranno gli strumenti di consapevolezza che l'analisi personale permette di acquisire e che consentono di lavorare sul proprio controtransfert. L'apprendimento teorico e tecnico della psicoanalisi non fanno lo psicoanalista né consentono l'applicazione terapeutica di questa disciplina perché occorre prima sperimentare su se stessi l'evento paradossale di lavorare, mediante la coscienza, su livelli inconsci. Ciò infatti presuppone una sufficiente conoscenza del proprio mondo interno che permette di vivere “consapevolmente” quel “rapporto” il quale altrimenti, pur essendo apparentemente corretto, nella migliore delle ipotesi è paragonabile ad un viaggio guidato da un pilota sapiente ma cieco.
Questa premessa può apparire banale, ed infatti lo è, ma è l'unica possibile per poter affermare che non si può parlare di psicoterapia psicoanalitica senza partire dal presupposto tassativo che essa può essere praticata solo da chi abbia compiuto una sufficiente esperienza di analisi personale. Pertanto la psicoterapia psicoanalitica non può definirsi tale se non è praticata da chi abbia effettuato una analisi personale.
Questi concetti sono impliciti nelle seguenti definizioni che della psicoterapia psicoanalitica danno Rycroft e Laplanche e Pontalis nei loro Dizionari di Psicoanalisi:
Dicono Laplanche e Pontalis: “Col nome di “psicoterapia analitica” si intende una forma di psicoterapia che si basa sui principi teorici e tecnici della psicoanalisi, senza tuttavia realizzare le condizioni di una cura psicoanalitica rigorosa”.
E Rycroft: “Uno psicoterapeuta orientato psicoanaliticamente è una persona che intende usare le teorie e le tecniche psicoanalitiche senza avanzare alcuna pretesa di essere stato formato in un Istituto psicoanalitico”.
L'analisi personale, adeguate supervisioni ed una buona preparazione teorica costituiscono la base comune di qualsiasi analista, sia che questo iter venga svolto in un Istituto psicoanalitico con un training istituzionalizzato, sia al di fuori dell'istituzione psicoanalitica, anche se ciò, come vedremo, comporta dei rischi.
Questa base comune non rende tuttavia identici i due tipi di formazione così come un'ampia esperienza di supervisione mi ha consentito di osservare.
Fuori dalle Istituzioni psicoanalitiche si formano, fatte le debite eccezioni, degli psicoterapeuti con delle difese di struttura che non consentono loro di approfondire il rapporto. Difese che io ritengo salutari sia per il terapeuta che per il paziente. Ciò tuttavia non giustifica una netta linea di demarcazione fra la psicoterapia psicoanalitica e la psicoanalisi, adoperando il criterio esterno di un “contratto” e di un “setting” predeterminanti per cui, ad esempio, lo “status simbol” del lettino farebbe definire il trattamento una analisi e il “vis à vis” una psicoterapia.
Il setting analitico, così come ci è stato tramandato e così come viene applicato oggi dalla generalità degli analisti di tutto il mondo, ha una sua ragione di essere. Esso è frutto di lunghissime esperienze che hanno permesso di capire come i suoi aspetti tecnici consentano un rapporto che si svolge a livelli la cui profondità è quella che la regressione dell'analizzando permette di raggiungere. Tutto il setting tende a favorire la regressione, tanto che ogni sua trasformazione potrebbe modificare le possibilità di regressione. Ne consegue che il lettino, le numerose sedute ravvicinate, l'esclusione totale della realtà esterna del paziente, la neutralità dell'analista che non si pone come oggetto reale, l'interpretazione sistematica del transfert sia nei sogni che nelle associazioni, creano le condizioni tecniche le più favorevoli per indurre una profonda regressione con tutte le conseguenze che questo comporta. Se a questo aggiungiamo l'analisi del controtransfert e l'autoanalisi che ogni analista compie verificandola ogni giorno nel contatto con le problematiche dei suoi pazienti, possiamo definire quanto sopra descritto come lo svolgimento di un trattamento psicoanalitico classico. Ne dovrebbe conseguire che chiunque modifichi una o più delle variabili sopradette non farebbe “psicoanalisi” ma qualche cosa d'altro che per comodità usiamo chiamare “psicoterapia psicoanalitica”.
Io credo però che questa valutazione non tiene conto che il rapporto che si determina nella coppia analista-analizzando è molto più complesso ed obbedisce a delle dinamiche interne proprie della coppia che smentiscono la cosiddetta “neutralità” dell'analista. Salvo che, non si confonda la neutralità con la regola dell'astinenza e solo per questo si consideri il rapporto della coppia analitica come veramente asettico.
Nel momento del primo incontro dell'analista con l'analizzando, quando cioè questi due esseri umani debbono decidere se possono e debbono fare insieme un pezzo di strada della loro vita, certamente avvengono alleanze e collusioni conscie e inconscie che peseranno non certo asetticamente, sulla decisione. E questa scelta, come ben sappiamo, avviene prescindendo da qualunque altra considerazione.
Basti pensare alle scelte che ogni analista fa, che solo apparentemente sono guidate da parametri teorici tendenti ad etichettare i pazienti; ciascuno di noi infatti prende in trattamento quel certo paziente ed adopera tecniche a volte atipiche: sarebbe interessante ad esempio capire perché in certi momenti del nostro iter professionale abbiamo in trattamento più donne che uomini, più adolescenti che adulti, più psicotici che nevrotici; oppure perché alcuni di noi si dedicano ai gruppi o prevalentemente ai bambini.
Nell'introduzione al Panel sulla “formazione della coppia”, presentato al Congresso di Taormina, ho scritto: “Osservare un processo analitico come qualcosa che riguarda la coppia e non il solo paziente, o, nel migliore dei casi il paziente da un lato e l'analista dall'altro, modifica sostanzialmente l'ottica usuale.
Concetti come diagnosi, prognosi, indicazioni e controindicazioni, analizzabilità e cura, visti nell'ottica del rapporto di coppia hanno perduto la loro consueta significatività. Tanto più che la aspecificità della tecnica psicoanalitica nei confronti del sintomo non ne è affatto condizionata.
Tali concetti hanno cominciato ad essere considerati come vere e proprie difese professionali dell'analista, direttamente influenzate dall'economia interna del paziente e quindi dalla disponibilità della coppia a raggiungere determinati livelli di regressione, e quindi di profondità” — Dice Winnicott: “L'analisi è per coloro che la desiderano, ne hanno bisogno e sappiano sopportarla. In caso contrario, mi trasformo in psicoanalista che risponde alle esigenze di quel caso particolare o tenta di farlo. Il lavoro più difficile, quello che non corrisponde alla tecnica psicoanalitica standard, è il lavoro di un analista che abbia già dietro a sé una certa esperienza “classica” e davanti a sé la capacità permanente di re-inventarsi”.
La situazione analitica, quale si può ricavare dall'opera di Winnicott, è la dinamica di una relazione (quella dell'analista con il paziente) e la comune creazione di uno spazio all'interno del quale si iscrivono i meccanismi più primitivi d'amore, di odio, di introiezione, di proiezione, di rappresaglie, di disintegrazione. E questo può avvenire in quanto c'è, in partenza, un “adattamento dell'analista alla angoscia del paziente. A partire da codici minimi di sicurezza, si istituisce un quadro capace di contenere le angosce più arcaiche e si svolge, in libertà, il processo analitico, processo nel quale trova posto la partecipazione inconscia dell'analista.
D'altra parte è anche certo che l'inconscio di ogni persona che chiede una analisi sa già (basta pensare ai sogni d'inizio d'analisi) quale cammino è in grado di compiere utilizzando per tale fine la disponibilità dell'analista.
Ed è a questo punto che, a mio modo di vedere, è possibile forse capire se il lavoro che si comincia sarà una “vera analisi cosiddetta ortodossa” oppure una psicoterapia psicoanalitica, oppure una psicoterapia durante la quale ci saranno momenti di analisi. E' qui che emerge un criterio discriminante: è un criterio interno e potrebbe definirsi come “le aspettative della coppia analista-analizzando”. Sono queste che, conscie e inconscie, causa e frutto dell'incontro e della formazione della coppia, determineranno il “patto” che costituirà il setting interno ed esterno della terapia.
Quanto più tali aspettative si rivolgeranno ai sintomi o all'adattamento alla realtà o al mondo esterno dell'analizzando o ai contenuti del materiale che l'analizzando porta, tanto più ci si allontanerà da quei processi mutativi che l'analisi tende a raggiungere senza alcuna finalizzazione evidente.
Jones, nel suo lavoro “I criteri del successo nella cura” (1936), distingue i risultati “terapeutici” da quelli “analitici”. Parlando dei primi egli osserva come il paziente dia un significato quasi mistico al sintomo principale per cui si era originariamente rivolto all'analista e di come esso viene preso come terreno di scontro tra paziente e analista, un banco di prova della lotta fra resistenza e analisi.
Il successo analitico, invece, egli dice, va completamente al di là del campo patologico e comprende anche le linee evolutive di tutti gli interessi principali della vita del soggetto.
Risulterà allora che la psicoterapia psicoanalitica potrà apparire molto più “curativa” di un trattamento analitico, proprio perché oltre a consentire un deflusso dell'angoscia di superficie permetterà il soddisfacimento delle aspettative insite nel primo incontro e nella formazione della coppia.
Dai candidati degli istituti psicoanalitici si pretendono alcune impostazioni che consentano di far loro apprendere nel modo più corretto possibile la tecnica psicoanalitica cosiddetta classica. Viene preteso  che i “casi” da supervisionare consentano l'applicazione delle tecniche ortodosse.
Poniamo ora attenzione a ciò che accade quando ci chiede una supervisione uno psicoterapeuta che ha acquisito una formazione analitica fuori dai nostri Istituti e che opera sul “campo” in Istituzioni Pubbliche o privatamente nel proprio studio.
L'esperienza di supervisioni di psicoterapeuti ha confermato che l'errore più comune che viene commesso è nel come “si assumono” i pazienti e cioè nel primo incontro e nel successivo contratto. Eppure tali psicoterapeuti sono persone analizzate che, attraverso la propria esperienza analitica, anche se solo “limitata”, dovrebbero e potrebbero ovviare certi errori banali. L'esperienza ha permesso di capire che le distorsioni erano inconsciamente volute dalla coppia che, difensivamente e quindi collusivamente, sceglieva di mantenere il rapporto a livelli non molto profondi, quasi sempre tendenti a rafforzare certe difese. L'atteggiamento più frequente fra gli psicoterapeuti è quello di “aspettarsi qualcosa dal paziente”, di poter prevedere “come andrà a finire il trattamento”, la preoccupazione di “dare qualcosa al paziente” con una forte tendenza a rassicurare e notevole allarme di fronte agli attacchi aggressivi o alle angosce del paziente unite alla costante paura di perderlo. Si evidenzia cioè una scarsa disponibilità ad accettare la regressione del paziente, il quale, non a caso, ha scelto quello psicoterapeuta che gli garantisce in definitiva di non angosciarsi troppo e di evitare il contatto con le parti più profonde del proprio inconscio.
Quindi gli errori sono solo l'espressione delle difese del terapeuta. Ciò potrebbe anche far comprendere come il lavorare nelle Istituzioni, dove un trattamento analitico classico è impensabile, può voler dire, a mio avviso, utilizzare l'Istituzione come una realtà che giustifica e obbliga a mettere in opera resistenze e difese contro l'approfondimento del rapporto.
D'altra parte è esperienza comune nei candidati la frequente possibilità di perdere i propri pazienti. Ogni didatta potrebbe testimoniare ciò con ampia casistica. E anche l'osservazione che spesso i pazienti dei candidati “vanno meglio”, è da riferirsi alla maggiore terapeuticità del funzionamento della coppia legata molto di più alle aspettative di guarigione.
Il concetto di “spontaneità” dell'analista per me ha lo stesso significato da attribuire al concertista che diventa tale solo quando ha tanto assorbito la tecnica strumentale da poterla dimenticare perché sarà interessato soltanto a “fare la musica”. È quello che nel nostro campo può significare conoscere tanto bene il mestiere di analista da poterlo dimenticare per poter essere analista anziché fare
l'analista.
Mi rendo conto che ciò che ho detto può turbare gli amanti delle regole: quelle regole che i candidati, all'inizio del loro iter, ci chiedono ripetutamente, e che non venogno ovviamente mai date. La tecnica psicoanalitica infatti si fonda sul principio inderogabile della “regola aurea”. Cioè la “regola” della “non regola”., fuori da questa “regola” non c'è psicoanalisi.
E' così possibile considerare il “patto” che definisce il “setting” come il fattore differenziante fra trattamento psicoanalitico e psicoterapia psicoanalitica. Tale patto o, come si usa dire “contratto”, non è definito da un criterio esterno deciso sulla base di schemi precostituiti, ma come risultato di una dinamica che si sviluppa all'interno della coppia terapeutica fin dal primo incontro che si manifesterà poi con la costituzione del setting. Il setting ovviamente non deve essere definito in termini contraddittori: è impensabile, ad esempio, stabilire di fare una seduta alla settimana facendo sdraiare il paziente sul lettino; e ciò perché mentre distanziare le sedute vuoi dire mantenere il rapporto a livelli meno profondi, il lettino, anziché il vis-à-vis, vuoi significare facilitare la regressione del paziente e quindi consentire l'emergere di materiale più profondo. La consequenzialità della logica del setting deve essere rispettata e non può consentire contraddizioni. Se così non fosse la linea di demarcazione già così sfumata, ma proprio per questo estremamente più delicata, fra trattamento psicoanalitico e psicoterapia psicoanalitica risulterebbe confusa ed equivoca e quindi carica di elementi distruttivi. E nonostante oggi in psicoanalisi ci si occupi più di aggressività che di libido, penso che un rapporto terapeutico è tale solo se in esso prevale la libido.

Bibliografia:
Bellanova, P. (1982). Un criterio di differenziazione fra psicoanalisi e psicoterapia psicoanalitica. Rivista Psicoanalisi, 28:15-22;
Manuale di tecnica diR.H.Etchegoyen

Inconscio

Il termine inconscio si riferisce (Rycroft) ai processi mentali di cui il sogetto non è consapevole. "Si è generalmente d'accordo che i processi consci non formino serie intere, complete in se stesse" - Freud (1940). La psicoanalisi ritiene che i processi mentali possano differire nella qualità, alcuni essendo consci, altri inconsci. Ritiene inoltre che i processi inconsci siano di due tipi: quelli che diventano consci facilmente e quelli soggeti a rimozione.
L'aggettivo inconscio, quando viene usato per qualificare l'insieme dei contenuti non presenti nel campo attuale della coscienza, in tal caso è usato in senso "descrittivo" e non "topico", cioé senza che venga fatta una discriminazione tra i contenuti dei sistemi preconscio e inconscio.
Nel senso "topico", inconscio designa uno dei sistemi definiti da Freud nel quadro della sua prima  teoria dell'apparato psichico: esso è costituito dai contenuti rimossi cui è stato rifiutato l'accesso al sistema preconscio-cosciente mediante la rimozione.

Bibliografia
Rycroft
Laplance Pontalis

Trauma

Evento della vita del soggetto che è caratterizzato dalla sua intensità, dall'incapacità del soggetto a rispondervi adeguatamente, dalla viva agitazione e dagli effetti patogeni durevoli che esso provoca nell'organizzazione psichica.
In termini economici, il trauma è caraterizzato da un afflusso di eccitazioni che è eccessivo rispetto alla tolleranza del soggetto e alla sua capacità di dominare e di elaborare psichicamente queste ecitazioni (da "Enciclopedia della psicoanalisi" di Laplanche e Pontalis).
Il termine trauma deriva dal sostantivo greco ferita, la cui radice etimologica rimanda al verbo “forare”.
Con il termine trauma ci si riferisce infatti ad una “ferita con effrazione”, ovvero alla visibile conseguenza di azioni che provocano una lacerazione dello “scudo protettivo”, della continuità ed integrità della persona, causando un’emorragia psichica.
È traumatico ogni evento capace di produrre uno stato di impotenza, ansia ed un risveglio istintuale (Pynoos & Eth, 1985).
Talvolta piuttosto che di un singolo evento si tratta di una serie di eventi che rendono la persona temporaneamente impotente, ne alterano l’equilibrio, le consuete operazioni difensive e di coping (capacità di rispondere efficacemente alle situazioni di vita).
Seguendo le definizioni di Mc Cann e Pearlman (1990) e di Terr (1991) identifichiamo le esperienze traumatiche con un genere di evento:
-    improvviso, inaspettato o anormale;
-    eccedente le capacità dell’individuo di farvi fronte (coping);
-    disturbante rispetto alla struttura psichica del soggetto e ai suoi bisogni psicologici, in grado di generare un sentimento di assoluta impotenza.
Nell’immediatezza del trauma il soggetto sperimenta uno stress intenso caratterizzato da:
- sentimenti intensi di paura e rabbia
- senso di impotenza
- confusione e allarme
- stato di agitazione psicomotoria o di freezing (congelamento)
  -blocco mentale, del pensiero e delle emozioni (fino alla dissociazione)

Differenze tra psicologo, psicoterapeuta, psichiatra, psicoanalista

Spesso vi è molta confusione tra i suddetti suoli e su quali siano le loro competenze. Proveremo a rispondere alle più comuni domande a scopo informativo e divulgativo, rimanendo a disposizione per ulteriri chiarimenti e confronti.

Chi è uno psicologo?
Uno psicologo è un laureato in scienze psicologiche che, a seguito dell’esame di stato, viene abilitato alla professione di psicologo. La sola laurea in psicologia, in assenza di abilitazione alla professione, che avviene tramite il superamento all’esame di stato e l’iscrizione all’ordine, non permette di esercitare la professione di psicologo clinico. Qualunque psicologo che lavora nell’ambito sanitario è dunque laureato in psicologia e iscritto all’ordine degli psicologi della propria regione.

Cosa può fare uno psicologo clinico?
Uno psicologo clinico è uno psicologo abilitato a svolgere la propria professione nell’ambito clinico. Tale abilitazione permette di somministrare test, fare diagnosi, perizie, consulenze e colloqui psicologici individuali di coppia o famigliari. Gli ambiti di intervento di uno psicologo sono: psicologia clinica, diagnosi clinica, abilitazione e riabilitazione psicologica, psicologia del lavoro e delle organizzazioni, psicologia dell’educazione e dell’orientamento (anche detta psicologia scolastica nello specifico), psicologia di comunità, psicologia della salute e psicologia dello sport. Lo psicologo clinico non può svolgere psicoterapie.

Che differenza c’è tra uno psicologo e uno psicoterapeuta?
Uno psicoterapeuta è colui che, una volta conseguita la laurea in medicina o psicologia, si specializza, tramite il conseguimento di un diploma, in psicoterapia. Lo psicoterapeuta ha conseguito la laurea in psicologia (5 anni) più la specialità (4 anni), oppure una laurea in medicina e chirurgia (6 anni) e successivamente una specialità in psicoterapia (4 anni), in psichiatria (4 anni) o in neuropsichiatria infantile (5 anni). Le scuole di specialità sono tutte postlaurea e richiedono l’iscrizione all’Albo degli Psicologi o dei Medici, nonchè l’abilitazione ad esercitare la professione, e la frequenza ai corsi dura quattro anni così come il tirocinio. Il conseguimento del diploma di Specialista in Psicoterapia dà la possibilità di iscriversi alla Lista degli degli Psicoterapeuti presso l'Albo dei Medici o degli Psicologi.
Lo psicoterapeuta, a differenza dello psicologo, può fare psicoterapie. Attualmente sono molto numerose le scuole abilitate a dare il titolo di psicoterapeuta (almeno 300) ed hanno caratteristiche molto differenti le une dalle altre, anche quanto richiedono agli allievi per dare loro il titolo è molto differente da una scuola ad un'altra. Le persone che hanno il titolo di psicoterapeuta possono di conseguenza avere professionalità estremamente differenti quanto a conoscenze teoriche ed esperienza clinica, questo contribuisce nel sostenetere ed alimentare la confusione attualemnmte vigente rispetto la ruolo, tanche che la maggior parte delle persone non sa in genere a chi affidarsi.

Chi è lo psichiatra?
Lo psichiatra è un laureato in medicina, iscritto all’ordine dei medici, e che dopo la laurea si è specializzato in psichiatria. Il percorso formativo dello psichiatra fa sì che abbia una preparazione dettagliata sugli aspetti biologici delle patologie psichiche oltre che sugli aspetti psichici, dopo il conseguimento della specialità anche lo psichiatra ed il neuropsichiatra infantile (esperto in psichiatria e neurologia dell'infanzia e dell'adolescenza) possono infatti iscriversi alla Lista degli Psicoterapeuti presso l'Albo dei Medici. Lo psichiatra, in quanto laureato in medicina, può somministrare farmaci. Lo psicologo non può somministrare mai farmaci.

Chi è uno psicoanalista?
Uno psicoanalista è uno psicologo o un medico inscritto all'Albo e abilitato alla professione che ha seguito un training analitico presso l'Istituto di Formazione di una società di Psicoanalisi. La formazione dura in media una diecina di anni dopo la laurea e l'associatura prevede una formazione continua permanente anche dopo avere acquisito il titolo con un impegno ad un coninvolgimento diretto alle attività dell'associazione. All’interno della metafora degli insiemi è come se lo psicoterapeuta fosse un macro insieme dove rientrano i vari tipi di psicoterapeuti e tra questi anche gli analisti. 
Nell’ambito degli psicoanalisti ci possono essere vari orientamenti. I più conosciuti sono gli psicoanalisti che fanno riferimento all'International Psychoanalytical Association (in Italia due gruppi di psicoanalisti sono associati all'IPA la SPI e l'AIPsi) 
La confusione nell'ambito del significato dei termini e dei ruoli è anche alimentata dal fatto che spesso i termini che qui tentiamo di chiarire vengono usati colloquialmente più sulla scorta dell'emotività che sulla base del loro senso reale, in effetti sono tutte professioni che si occupano della mente e quasto ci aiuta a capire come mai l'emotività asusme un ruolo così importante. Talvolta chiamare psicoanalista lo psichiata da la sensaizone di essere meno malati, a volte è il contrario, di conseguenza nel parlare comune i termini venogno usati con modalità spesso molto soggettive.
(vedi: la formazione psicoanalitica).
Drammaticamente non esiste un albo degli psicoanalisti e ciò consente a volte a persone senza alcuna competenza abusare del titolo, fortunatamente ora pare che la giurisprudenza stia iniziando a tutelare maggiormente questo terreno così delicato dove tutti i giorni emergono figure professionali nuove dai nomi sempre più funzionali dal punto di vista del marketing, ma senza alcuna reale competenza clinica (vedi: la psicoanalisi è una psicoterapia).

Dicono Laplanche e Pontalis: “Col nome di “psicoterapia analitica” si intende una forma di psicoterapia che si basa sui principi teorici e tecnici della psicoanalisi, senza tuttavia realizzare le condizioni di una cura psicoanalitica rigorosa”.
E Rycroft: “Uno psicoterapeuta orientato psicoanaliticamente è una persona che intende usare le teorie e le tecniche psicoanalitiche senza avanzare alcuna pretesa di essere stato formato in un Istituto psicoanalitico”.
(L'enciclopedia di Laplance e Pontalis e quella di Rycroft sono le due enciclopedie di psicoanalisi ritenute generalmente le più attendibili)  

Vedi per le differenze tra psicoanalisi e psicoterapia:
psicoanalisi-psicoterapia

Vi è spesso una tendenza a confondere l'ascolto analitico e l'utilizzo di strumenti analitici con il fare psicoanalisi. Oggigiorno questo problema è particolarmente acceso. Addirittura il problema oggi è che ci sono numerosissime scuole, talune sostenute anche da analisti IPA, che propongono training che, paragonati a quelli della psicoanalisi, sono molto più rapidi e richiedendo meno conoscenze teoriche, meno analisi personale (talvolta l'analisi del terapeuta futuro non è nemmeno necessaria) e meno supervisioni con supervisori altrettanto meno rigorosamente formati. Queste istituzioni sono di fatto un pericolo primaditutto per l'identità della psicoanalisi stessa come disciplina con un metodo ed un setting ben definito (le persone finiscono per non sapere più nemmeno cosa è l'analisi, tutto diviene potenzialmente analisi) , in secondo luogo il rischio grave è quello che vengono formati specialisti senza i minimi requisiti di training. Queste istituzioni parallele caratterizzate dalla richiesta di un minor impegno contribuiscono alla confusione esistente tra psicoanalisi e psicoterapia inducendo nelle persone nelle persone che tutte le terapie basate sulla parola sono "analisi". 
Vedi l'articolo della Dr.ssa Amati Mehler: http://www.ipa.org.uk




Esistono anche psicoterapie per bambini e adolescenti?
Certamente, peraltro la grande plasticità della mente del bambino consente talvolta risultati più rapidi e significativi di quanto non sia possibile con gli adulti. Generalmente è necessario che parallelamente alla terapia del bambino vengano effettuati da un altro professionista colloqui clinici per la coppia genitoriale.

Una terapia sul bambino può risolvere i suoi problemi a scuola?
Sì, se la base della difficoltà scolastiche è un problema psicologico o emotivo. 

Si può fare una terapia farmacologica e una psicoterapia contemporaneamente?
Sì, non vi è nessuna controindicazione a proposito. 

Scena primaria

Il termine non viene sempre utilizzato esattamente con lo stesso significato. Tuttavia generalmente ha a che fare con fantasie o idee che il bambino va via via sviluppando sulla natura dei rapporti sessuali tra i genitori.
Inizialmente venne usato in riferimento ad una situazione in cui il bambino era stato effettivamente testimone del rapporto sessuale tra i genitori, quindi il termine venne riferito sopratutto alle fantasie.
Il ricordo diretto, se mai è presente, di solito viene post datato ad un momento successivo. In analisi emerge come ricordo di copertura pieno di distorsioni e di discrepanze. Se viene mantenuto con gran forza e sottili razionalizzazioni diventa un'illusione che spesso è in contrasto e stridente con il buon senso di realtà dell'individuo nei confronti degli eventi consueti della sua vita; ed è solo superando forti resistenze che l'analisi riesce a sradicarla.

Il termine Urszenen (scene primarie) compare in un manoscritto di Freud, la Minuta L (1897) per designare alcune esperienze infantili traumatizzanti organizzate in scenari.
F. afferma che "nel repertorio delle fantasie inconsce che l'analisi può scoprire in tutti i nevrotici, e probabilmente in tutti gli esseri umani, manca raramente l'osservazione di un rapporto sessuale trai genitori".
F. inizialmente riteneva che all'origine del disturbo nevoritico vi fosse un evento reale traumatico avvenuto in infanzia, successivamente abandonò la teoria del trauma reale per dare maggiore importanza al vissuto del soggetto ed alle sue fantasie in merito. Nel caso clinico del "l'uomo dei lupi", nella prima redazione del testo (1914), in cui F. intende dimostrare la realtà della scena primaria, pone in realtà già l'accento che è solo posteriormente che essa è compresa ed interpretata dal bambino; inversamente, quando egli sottolinea l'intervento di fantasie retrospettive, egli sostiene che il reale ha fornito almeno degli indizi (es rumori).

Gaddini ci ha mostrato che dire che il padre è, nello sviluppo infantile, un secondo oggetto, è forse improprio. Un modo più proprio di definirlo dovrebbe tenere conto almeno del fatto che questo secondo oggetto si configura, per la prima volta nell'infanzia, come un oggetto d'amore da acquisire. A differenza infatti della madre (o del seno), che il bambino vive dapprima come Sé e che solo gradualmente apprende a differenziare da sé e a porre come “esterno” (non come estraneo) al Sé, il secondo oggetto si impone al bambino fin da principio come “estraneo” (e poi come esterno) al Sé. Questo fatto nuovo è pieno di conseguenze. I modi in cui il bambino reagisce o risponde a questa esperienza, che è per molti versi sconvolgente, comportano sostanziali modifiche nel rapporto originario con la madre e nella immagine di se stesso. Inoltre, attraverso la situazione triangolare, essi promuovono uno sviluppo decisivo del rapporto oggettuale.
Il padre compare nella vita psichica del bambino molto precocemente, intorno alla seconda metà del primo anno, o poco prima.
Le esperienze di scena primaria sono legate anche alle teorie infantili sulla nascita dei bambini.
I vissuti di scena primaria occupano un periodo di tempo notevolmente lungo e di essenziale importanza per lo sviluppo, che va da quattro-sei mesi di età alla seconda metà del terzo anno.
L'acquisizione del secondo oggetto, vale a dire il suo processo di differenziazione dal rapporto d'identità imitativa con la madre, è d'importanza cruciale per l'evolvere dei processi di identificazione, per la formazione della identità adulta, e in definitiva per una sufficiente maturità del rapporto oggettuale.


Bibliografia:
"Enciclopedia della psicoanalisi" di Laplanche e Pontalis;
E. Gaddini, E. (1977). "Formazione del padre e scena primaria". Rivista Psicoanal., 23:157-183;
F. Greenacre (1998) "La scena primaria ed il senso di realtà". Psicoanalisi.