Nina Coltart
"Ciò a cui aspiriamo è una sopravvivenza piacevole. ... La sopravvivenza alla prima fase del training è molto diversa dalla sopravvivenza nelle fasi successive". I primi anni "del restarci" sono molto più duri di quelli "dell'arrivarci".
Nel corso della formazione quasi tutta la settimana lavorativa è dedicata a questo scopo: tra analisi, supervisioni, ore di studio, tempo per gli spostamenti, lezioni..
"Per un allievo sposato che cerca di partecipare all'educazione dei figli vi sono seri inconvenienti; credo del resto che sia da imputare proprio a qusto motivo la continua diminuzione nel reclutamento di partecipanti realmente validi. I didatti più anziani sono a volte accusati di perdere il contatto con il mondo reale, e a volte sembra che tale sospetto sia più che giustificato".
"Prima il neospecializzato comincia a reggersi sulle proprie gambe, meglio è. La terapia è essenzialmente un'arte in cui la fiducia in sé è all'ordine del giorno. Prima questi adulti di mezza età emergono dalla bambagia protettiva del training, prima se ne renderanno conto".
"Non si pensi però che l'event preciso della specializzazione trasformi l'allievo in un analista o in un terapeuta ...". "La mia analista mi ha detto: 'Sì, è un bene che tu abbia terminato il training. Adesso ti ci vorranno altri dieci anni per diventare un analista'".
Tratto da:
"Come sopravvivere da psicoterapeuta" di Nina Coltart
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IPA AIPsi SINPIA SPI SIP
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Trattamento psichico
Trattamento psichico (trattamento dell'anima)
Psiche è una parola greca che
significa "anima". Trattamento psichico vuole dire "trattamento
dell'anima", e si potrebbe dunque pensare che con esso si intenda:
trattamento dei fenomeni patologici della vita dell'anima. Ma non è
questo il significato dell'espressione. Trattamento psichico indica
piuttosto: trattamento a partire dall'anima, trattamento - di disturbi
psichici o somatici - con mezzi che agiscono in primo luogo e
immediatamente sulla psiche dell'uomo.
Un tale mezzo è sopratutto la parola, e le parole sono anche lo strumento essenziale del trattamento psichico.
Le
prestazioni mentali sono legate alla presenza di un cervello
normalmente sviluppato ed è noto che l'introduzione di sostanze tossiche
possono produrre stati mentali alterati. Il rapporto tra corpo e psiche
è un rapporto di interazione, ma mentre l'azione del corpo sulla psiche
apare più facile da essere ammessa, poca clemenza incontra in genere
l'azione della psiche sul corpo.
Esiste un gran numero di malati,
lievi e gravi che con i loro disturbi pretendono molto dalla medicina,
nei quali però non sono rintracciabili segni visibili e tangibili del
processo patologico. Un gruppo di questi malati colpisce per la ricchezza
e la multiformità del quadro clinico: non sono in grado di lavorare
intelettualmente per mal di testa o per difetto di attenzione, dolgono
loro gli occhi durante la lettura, accusano un dolore sordo o si
addormentano, la digestione è turbata da sensazioni penose,
l'evacuazione non avviene se non aiutata, il sonno è abolito e così via.
In questi casi si può osservare che i sintomi del male sono chiramente
influenzati da eccitazioni, emozioni, preoccupazioni e così via.
Dall'indagine
medica è alla fine risultato che tali persone non devono essere
considerate e trattate come malati di occhi e simili, ma che in esse si
deve trattare diun male del sistema nervoso nel suo complesso.
Soltanto quando si studia il
patologico si impara a riconoscere il normale. Sull'influsso che la
psiche genera sul corpo erano note da sempre molte cose, l'esempio più
comune è l'espressione die moti d'animo.
E'
universalmente noto quali straordinari mutamenti si verifichino
nell'espressione facciale, nella circolazione sanguigna, nelle
secrezioni, negli stati di eccitamento dei muscoli volontari, sotto
l'influsso per esempio della paura, dell'ira, del dolore psichico,
dell'esatasi sessuale. Meno noti, ma perfettamente accertati, sono altri
esiti somatici degli affetti, che non fanno più parte della loro
espressione. Stati affettivi durevoli di natura penosa quali dispiacere,
preoccupazione e lutto, riducono lo stato di nutrizione del corpo in
generale, fanno sì che i capelli imbianchino, il grasso scompaia e le
pareti dei vasi sanguigni si modifichino in maniera patologica.
viceversa sotto l'influsso di eccitazioni piacevoli, della "felicità",
si vede tutto il corpo rifiorire e la persona riacquista alcuni
contrassegni della giovinezza.
Gli
affetti nel senso più stretto sono caratterizzati da un rapporto del
tutto particolare con i processi somatici, ma a rigore tutit gli stati
psichici, anche quelli che siamo abituati a considerare "processi di
pensiero", sono in una certa musira "affettivi", e non uno di essi è
privo delle espressioni somatiche e della capacità di modificare
processi somatici. Persono durante il calmo pensare per
"rappresentazioni", eccitamenti corrispondenti al contenuto di queste
rappresentazioni vengono continuamente deviati verso muscoli lisci e
striati.
I processi di volontà e
dell'attenzione sono anch'essi in grado d'influenzare profondamente i
procesis corporei e di avere una parte notevole, come promotori o come
inibitori nelle malattie somatiche. Qualunque sia la causa die dolori,
sia pure l'immaginazione, i dolori non sono per questo meno reali e meno
violenti. I guerriero adulto non sente il dolore della ferita nel
febbrile fervore della lotta. L'influsso della volontà su procesis
patologici del corpo è meno facilmnente documentabile con esempi, ma è
ben possibile che il proposito di guarire o la volontà di morire non
siano senza importanza neppure per l'esito di casi gravi ed incerti di
malattia.
Di alto interesse è lo stato psichico
dell'attesa. Per esempio nell'imperversare di un'epidemia sono messi in
pericolo coloro che temono di ammalarsi (attesa angosciosa). Lo stato
contrario, l'attesa colma di speranza e fiduciosa, è una forza attiva di
cui dobbiamo tener conto in senso stretto in tuti i tentativi di cura e
guarigione. L'influsso più evidente dell'attesa fiduciosa s'incontra
nelle cosidete guarigioni "miracolose", che ancora oggi si verificano
sotto i nostri occhi senza concorso dell'arte medica.
E'
poi nota l'influenza di questi aspetti tanto che gli studi sui farmaci
venogno appunto eseguiti in doppio cieco, per evitare che l'attesa
fiduciosa o meno di medico o pazienti influenzi il risultato della
terapia tanto da rendere nullo lo studio. Così comeè noto che persone
sottoposte ad ecessivi accertamenti diagnostici preventivi finiscono per
ammalarsi prima di altre che riscono a vivere più serenamente.
Anche
coloro che non hanno fede religiosa possono beneficiare di guarigioni
miracolose. Esistono infatti in ogni tempo cure di moda e medici di
moda.
La comprensibile
insodisfazione per l'aiuto spesso insufficiente della medicina, forse
anche l'intima rivolta contro la costrizione del pensiero scientifico,
che rispecchi aall'uomo l'inesorabilità dell anatura, hanno posto in
tutti i tempi e nuovamente ai nostri giorni una singolare condizione
alla forza terapeutica di persone e rimedi. L'attesa fiduciosa riesce a
crearsi soltanto quando il soccorritore non è un medico e può vantarsi
di non capire nulla del fondamento scientifico della terapia, quando il
rimedio non è sperimentato attraverso un preciso esame, ma per esempio
raccomandato da una predilezione popolare. Di cui la sovrabbondanza di
cure naturali, che anche oggi continuano a contendere ai
medicil'esercizio della loro professione e di cui possiamo se non altro
dire, con una certa sucirezza, che molto più spesso nuocciono anziché
giovare a coloro che cercano la guarigione
Probabilmente
però l'effetto di qualsiasi rimedio che il medico prescrive, di
qwualsiasi intervento che intraprende, si compone di due parti. Una di
queste è data dal comportamento psichico del malato. Vi sono medici che
posseggono in grado superiore ad altri la capacità di guadagnare la
fiducia dei malati; il malato sente allora spesso il sollievo già nel
momento in cui vede il medico entrare nella sua stanza.
In ogni epoca, e nell'antichità ancor più diffusamente di oggi, i medici
hanno praticato il trattamento psichico. Se per trattamento psichico
intendiamo lo sforzo di suscitare nel malato gli stati e le condizioni
psichiche più favorevoli alla guarigione. I popoli più antichi non
avevano a disposizione quasi null'altro se non un trattamento psichico;
né tralasciavano mai di sostenere l'effetto di pozioni e misure
terapeutiche con un insistente trattamento psichico. Ora cominciamo a
comprendere anche la "magia" della parola. Le parole sono infatti i
mediatori più impoirtanti dell'influsso che un uomo vuole esercitare
sull'altro.
...
Bibliografia:
OSF vol.1 pag 93 - 1890
A Plea for the Survival of Psychoanalysis
J. Amati Mehler underline that there is a tendency to confuse the ability to use one’s
psychoanalytic listening and our psychoanalytic tools with doing
psychoanalysis. This is a crucial issue today. The two might be, and
nowadays are, much confused.
She writes that a fundamental danger to the survival of psychoanalysis comes from the tendency to neglect the impact of so many parallel training “schools”, fostered by IPA analysts themselves, that thrive all around the world. Short-cut training is offered as well as low-frequency-session training analyses. These institutions are an unrecognized significant threat to:
She writes that a fundamental danger to the survival of psychoanalysis comes from the tendency to neglect the impact of so many parallel training “schools”, fostered by IPA analysts themselves, that thrive all around the world. Short-cut training is offered as well as low-frequency-session training analyses. These institutions are an unrecognized significant threat to:
1. the identity of psychoanalysis as a discipline and as a specific method and setting;
2. the minimal standards of training requirements.
Such parallel institutes based on our discipline contribute to the
confusion between psychotherapy and psychoanalysis. They also foster
cultural deceit of the public who do not know exactly what therapy they
are getting since everything close to a “talking cure” is called
“analysis”!
Vedi anche il video della Dr.ssa Argentieri in merito alla formazione psicoanalitica.
From:
http://www.ipa.org.uk
Lo psicoanalista è uno psicoterapeuta. Il colloquio se assume valenze terapeutiche è equiparabile ad un atto medico
E' utile sapere che drammaticamente non esiste un albo degli psicoanalisti, ciò rischia di consentire a chiunque di fregiarsi di tale titolo senza avere alcun requisito, nonostante i veri psicoanalisti dell'IPA (Associazione Internazionale di Psicoanalisi) siano attualmente gli psicoterapeuti che si sono sottoposti al training formativo più impegnativo e completo attualmente esistente in questo ambito professionale (vedi: differenze tra psicoanalista, psicoterapeuta, ..).
Esiste però una sentenza della Cassazione Penale (Sez. VI, Sent. n. 14408 del 11.04.2011) per la quale la pratica della psicoanalisi viene equiparata alla psicoterapia e richiede quindi regolare iscrizione all’Albo degli Psicoterapeuti. Ovviamente gli psicoanalisti dell'Ipa sia dell'AIPsi e che della SPI sono necessariamente iscritti in Italia nella lista degli Psicoterapeuti dell'Ordine degli Psicologi o dei Medici.
L'assenza di un Albo degli psicoanalisti permette zone franche di potenziale abuso della professione da parte di impostori.
Nel 2008 l’Ordine Psicologi Emilia Romagna denunciò per abuso una persona per pratica abusiva della professione di psicologo e psicoterapeuta. In un primo momento il Tribunale di Ravenna assolse la persona, successivamente – nel 2010 – la Corte di Appello di Bologna dichiarò invece l’imputata colpevole del reato ascrittole.
La persona decise di ricorrere quindi in Cassazione affermando in sintesi che la psicoanalisi non ha nulla a che fare con psicologia o psicoterapia, e che quindi non ha motivo di sussistere nessun reato. Ed è proprio su questo ultimo passaggio che la Cassazione si esprime:
“ai fini della sussistenza del reato di cui all’art. 348 c.p., l’esercizio della attività di psicoterapeuta è subordinato ad una specifica formazione professionale della durata almeno quadriennale ed all’inserimento negli albi degli psicologi o dei medici (all’interno dei quali è dedicato un settore speciale per gli psicoterapeuti). Ciò posto, la psicanalisi, quale quella riferibile alla condotta della ricorrente, è pur sempre una psicoterapia che si distingue dalle altre per i metodi usati per rimuovere disturbi mentali, emotivi e comportamentali.”
Ed ancora:
“Nè può ritenersi che il metodo “del colloquio” non rientri in una vera e propria forma di terapia, tipico atto della professione medica, di guisa che non v’è dubbio che tale metodica, collegata funzionalmente alla cennata psicoanalisi, rappresenti un’attività diretta alla guarigione da vere e proprie malattie (ad es. l’anoressia) il che la inquadra nella professione medica”.
Quindi non solo la psicanalisi è necessariamente una psicoterapia dal punto di vista giuridico, ma anche il “colloquio” può rientrare in una vera e propria forma di terapia che, se declinata e diretta alla guarigione, è da inquadrarsi nell’ambito regolamentato da legge.
In conseguenza di questa sentenza pare dunque che ove si ravvisi attività terapeutica svolta da soggetti che si propongono come psicoanalisti, ma sprovvisti di regolare iscrizione all’Albo Psicoterapeuti, sarebbe possibile effettuare una segnalazione al proprio Ordine regionale per abuso di professione, allegando la citata sentenza della Cassazione.
È ulteriormente importante in quanto sentenzia su una dinamica molto simile a quella che avviene con il counseling ed i counselor e tutte queste professioni affini che spesso possono venire esercitate dopo brevi e sommari corsi da persone, talvolta anche in ottima buona fede, ma senza reali conoscenze, se non superficiali, in campo psicologico o medico.
Di fatto – ad oggi – se non sei psicologo non puoi dire di fare “counseling psicologico”, ma se parli esclusivamente di “counseling” aggiri il problema. Servirebbe dunque una giurisprudenza che riconduca il termine “counseling” alla professione di Psicoterapeuta e probabilmente anche un Albo degli psicoanalisti afferenti all'IPA sarebbe necessario per fare almeno un minimo di chiarezza.
Psicoanalisi - Psicoterapia
Edward Bibring nel 1954 individua 5 tipi di psicoterapia: suggestiva, abreativa, manipolativa, chiarificatrice e interpretativa (con manipolativa intende la psicoterapia nella quale il medico partecipa cercando di dare un'immagine che seva da modello di identificazione).
Quel che diferenzia la psicoanalisi dalle psicoterapie in generale è che queste utilizzano la suggestione, l'abreazione e la manipolazione come strumenti terapeutici, mentre in psicoanalisi gli unici strumenti ritenuti terapeutici sono la chiarificazione e l'interpretazione.
Quando parliamo qui di psicoterapia intendiamo riferci a quella modalità di intervento denominata usualmente psicoterapia psicoanalitica e non alle altre metodologie su base psicologica .
Se una persona di un certo livello culturale apprendesse alla perfezione, leggendo i vari testi disponibili, la teoria e la tecnica psicoanalitica e la applicasse correttamente su pazienti, che tipo di operazione farebbe? Potremmo certamente dire che questa persona, incontrando un altro essere umano che chiede il suo aiuto, intraprenderà un “rapporto” psicologico. Questo sarà però disturbato dalle conoscenze tecniche acquisite che verranno inconsapevolmente utilizzate per evitare di entrare veramente nel “rapporto”. Tenderà cioè ad usare le sue cognizioni come una difesa intellettuale che agirà da barriera fra sé e l'altro onde evitare coinvolgimenti difficilmente controllabili. Egli eviterà di “lasciarsi andare” al rapporto, proprio perché gli mancheranno gli strumenti di consapevolezza che l'analisi personale permette di acquisire e che consentono di lavorare sul proprio controtransfert. L'apprendimento teorico e tecnico della psicoanalisi non fanno lo psicoanalista né consentono l'applicazione terapeutica di questa disciplina perché occorre prima sperimentare su se stessi l'evento paradossale di lavorare, mediante la coscienza, su livelli inconsci. Ciò infatti presuppone una sufficiente conoscenza del proprio mondo interno che permette di vivere “consapevolmente” quel “rapporto” il quale altrimenti, pur essendo apparentemente corretto, nella migliore delle ipotesi è paragonabile ad un viaggio guidato da un pilota sapiente ma cieco.
Questa premessa può apparire banale, ed infatti lo è, ma è l'unica possibile per poter affermare che non si può parlare di psicoterapia psicoanalitica senza partire dal presupposto tassativo che essa può essere praticata solo da chi abbia compiuto una sufficiente esperienza di analisi personale. Pertanto la psicoterapia psicoanalitica non può definirsi tale se non è praticata da chi abbia effettuato una analisi personale.
Questi concetti sono impliciti nelle seguenti definizioni che della psicoterapia psicoanalitica danno Rycroft e Laplanche e Pontalis nei loro Dizionari di Psicoanalisi:
Dicono Laplanche e Pontalis: “Col nome di “psicoterapia analitica” si intende una forma di psicoterapia che si basa sui principi teorici e tecnici della psicoanalisi, senza tuttavia realizzare le condizioni di una cura psicoanalitica rigorosa”.
E Rycroft: “Uno psicoterapeuta orientato psicoanaliticamente è una persona che intende usare le teorie e le tecniche psicoanalitiche senza avanzare alcuna pretesa di essere stato formato in un Istituto psicoanalitico”.
L'analisi personale, adeguate supervisioni ed una buona preparazione teorica costituiscono la base comune di qualsiasi analista, sia che questo iter venga svolto in un Istituto psicoanalitico con un training istituzionalizzato, sia al di fuori dell'istituzione psicoanalitica, anche se ciò, come vedremo, comporta dei rischi.
Questa base comune non rende tuttavia identici i due tipi di formazione così come un'ampia esperienza di supervisione mi ha consentito di osservare.
Fuori dalle Istituzioni psicoanalitiche si formano, fatte le debite eccezioni, degli psicoterapeuti con delle difese di struttura che non consentono loro di approfondire il rapporto. Difese che io ritengo salutari sia per il terapeuta che per il paziente. Ciò tuttavia non giustifica una netta linea di demarcazione fra la psicoterapia psicoanalitica e la psicoanalisi, adoperando il criterio esterno di un “contratto” e di un “setting” predeterminanti per cui, ad esempio, lo “status simbol” del lettino farebbe definire il trattamento una analisi e il “vis à vis” una psicoterapia.
Il setting analitico, così come ci è stato tramandato e così come viene applicato oggi dalla generalità degli analisti di tutto il mondo, ha una sua ragione di essere. Esso è frutto di lunghissime esperienze che hanno permesso di capire come i suoi aspetti tecnici consentano un rapporto che si svolge a livelli la cui profondità è quella che la regressione dell'analizzando permette di raggiungere. Tutto il setting tende a favorire la regressione, tanto che ogni sua trasformazione potrebbe modificare le possibilità di regressione. Ne consegue che il lettino, le numerose sedute ravvicinate, l'esclusione totale della realtà esterna del paziente, la neutralità dell'analista che non si pone come oggetto reale, l'interpretazione sistematica del transfert sia nei sogni che nelle associazioni, creano le condizioni tecniche le più favorevoli per indurre una profonda regressione con tutte le conseguenze che questo comporta. Se a questo aggiungiamo l'analisi del controtransfert e l'autoanalisi che ogni analista compie verificandola ogni giorno nel contatto con le problematiche dei suoi pazienti, possiamo definire quanto sopra descritto come lo svolgimento di un trattamento psicoanalitico classico. Ne dovrebbe conseguire che chiunque modifichi una o più delle variabili sopradette non farebbe “psicoanalisi” ma qualche cosa d'altro che per comodità usiamo chiamare “psicoterapia psicoanalitica”.
Io credo però che questa valutazione non tiene conto che il rapporto che si determina nella coppia analista-analizzando è molto più complesso ed obbedisce a delle dinamiche interne proprie della coppia che smentiscono la cosiddetta “neutralità” dell'analista. Salvo che, non si confonda la neutralità con la regola dell'astinenza e solo per questo si consideri il rapporto della coppia analitica come veramente asettico.
Nel momento del primo incontro dell'analista con l'analizzando, quando cioè questi due esseri umani debbono decidere se possono e debbono fare insieme un pezzo di strada della loro vita, certamente avvengono alleanze e collusioni conscie e inconscie che peseranno non certo asetticamente, sulla decisione. E questa scelta, come ben sappiamo, avviene prescindendo da qualunque altra considerazione.
Basti pensare alle scelte che ogni analista fa, che solo apparentemente sono guidate da parametri teorici tendenti ad etichettare i pazienti; ciascuno di noi infatti prende in trattamento quel certo paziente ed adopera tecniche a volte atipiche: sarebbe interessante ad esempio capire perché in certi momenti del nostro iter professionale abbiamo in trattamento più donne che uomini, più adolescenti che adulti, più psicotici che nevrotici; oppure perché alcuni di noi si dedicano ai gruppi o prevalentemente ai bambini.
Nell'introduzione al Panel sulla “formazione della coppia”, presentato al Congresso di Taormina, ho scritto: “Osservare un processo analitico come qualcosa che riguarda la coppia e non il solo paziente, o, nel migliore dei casi il paziente da un lato e l'analista dall'altro, modifica sostanzialmente l'ottica usuale.
Concetti come diagnosi, prognosi, indicazioni e controindicazioni, analizzabilità e cura, visti nell'ottica del rapporto di coppia hanno perduto la loro consueta significatività. Tanto più che la aspecificità della tecnica psicoanalitica nei confronti del sintomo non ne è affatto condizionata.
Tali concetti hanno cominciato ad essere considerati come vere e proprie difese professionali dell'analista, direttamente influenzate dall'economia interna del paziente e quindi dalla disponibilità della coppia a raggiungere determinati livelli di regressione, e quindi di profondità” — Dice Winnicott: “L'analisi è per coloro che la desiderano, ne hanno bisogno e sappiano sopportarla. In caso contrario, mi trasformo in psicoanalista che risponde alle esigenze di quel caso particolare o tenta di farlo. Il lavoro più difficile, quello che non corrisponde alla tecnica psicoanalitica standard, è il lavoro di un analista che abbia già dietro a sé una certa esperienza “classica” e davanti a sé la capacità permanente di re-inventarsi”.
La situazione analitica, quale si può ricavare dall'opera di Winnicott, è la dinamica di una relazione (quella dell'analista con il paziente) e la comune creazione di uno spazio all'interno del quale si iscrivono i meccanismi più primitivi d'amore, di odio, di introiezione, di proiezione, di rappresaglie, di disintegrazione. E questo può avvenire in quanto c'è, in partenza, un “adattamento dell'analista alla angoscia del paziente. A partire da codici minimi di sicurezza, si istituisce un quadro capace di contenere le angosce più arcaiche e si svolge, in libertà, il processo analitico, processo nel quale trova posto la partecipazione inconscia dell'analista.
D'altra parte è anche certo che l'inconscio di ogni persona che chiede una analisi sa già (basta pensare ai sogni d'inizio d'analisi) quale cammino è in grado di compiere utilizzando per tale fine la disponibilità dell'analista.
Ed è a questo punto che, a mio modo di vedere, è possibile forse capire se il lavoro che si comincia sarà una “vera analisi cosiddetta ortodossa” oppure una psicoterapia psicoanalitica, oppure una psicoterapia durante la quale ci saranno momenti di analisi. E' qui che emerge un criterio discriminante: è un criterio interno e potrebbe definirsi come “le aspettative della coppia analista-analizzando”. Sono queste che, conscie e inconscie, causa e frutto dell'incontro e della formazione della coppia, determineranno il “patto” che costituirà il setting interno ed esterno della terapia.
Quanto più tali aspettative si rivolgeranno ai sintomi o all'adattamento alla realtà o al mondo esterno dell'analizzando o ai contenuti del materiale che l'analizzando porta, tanto più ci si allontanerà da quei processi mutativi che l'analisi tende a raggiungere senza alcuna finalizzazione evidente.
Jones, nel suo lavoro “I criteri del successo nella cura” (1936), distingue i risultati “terapeutici” da quelli “analitici”. Parlando dei primi egli osserva come il paziente dia un significato quasi mistico al sintomo principale per cui si era originariamente rivolto all'analista e di come esso viene preso come terreno di scontro tra paziente e analista, un banco di prova della lotta fra resistenza e analisi.
Il successo analitico, invece, egli dice, va completamente al di là del campo patologico e comprende anche le linee evolutive di tutti gli interessi principali della vita del soggetto.
Risulterà allora che la psicoterapia psicoanalitica potrà apparire molto più “curativa” di un trattamento analitico, proprio perché oltre a consentire un deflusso dell'angoscia di superficie permetterà il soddisfacimento delle aspettative insite nel primo incontro e nella formazione della coppia.
Dai candidati degli istituti psicoanalitici si pretendono alcune impostazioni che consentano di far loro apprendere nel modo più corretto possibile la tecnica psicoanalitica cosiddetta classica. Viene preteso che i “casi” da supervisionare consentano l'applicazione delle tecniche ortodosse. Poniamo ora attenzione a ciò che accade quando ci chiede una supervisione uno psicoterapeuta che ha acquisito una formazione analitica fuori dai nostri Istituti e che opera sul “campo” in Istituzioni Pubbliche o privatamente nel proprio studio.
L'esperienza di supervisioni di psicoterapeuti ha confermato che l'errore più comune che viene commesso è nel come “si assumono” i pazienti e cioè nel primo incontro e nel successivo contratto. Eppure tali psicoterapeuti sono persone analizzate che, attraverso la propria esperienza analitica, anche se solo “limitata”, dovrebbero e potrebbero ovviare certi errori banali. L'esperienza ha permesso di capire che le distorsioni erano inconsciamente volute dalla coppia che, difensivamente e quindi collusivamente, sceglieva di mantenere il rapporto a livelli non molto profondi, quasi sempre tendenti a rafforzare certe difese. L'atteggiamento più frequente fra gli psicoterapeuti è quello di “aspettarsi qualcosa dal paziente”, di poter prevedere “come andrà a finire il trattamento”, la preoccupazione di “dare qualcosa al paziente” con una forte tendenza a rassicurare e notevole allarme di fronte agli attacchi aggressivi o alle angosce del paziente unite alla costante paura di perderlo. Si evidenzia cioè una scarsa disponibilità ad accettare la regressione del paziente, il quale, non a caso, ha scelto quello psicoterapeuta che gli garantisce in definitiva di non angosciarsi troppo e di evitare il contatto con le parti più profonde del proprio inconscio.
Quindi gli errori sono solo l'espressione delle difese del terapeuta. Ciò potrebbe anche far comprendere come il lavorare nelle Istituzioni, dove un trattamento analitico classico è impensabile, può voler dire, a mio avviso, utilizzare l'Istituzione come una realtà che giustifica e obbliga a mettere in opera resistenze e difese contro l'approfondimento del rapporto.
D'altra parte è esperienza comune nei candidati la frequente possibilità di perdere i propri pazienti. Ogni didatta potrebbe testimoniare ciò con ampia casistica. E anche l'osservazione che spesso i pazienti dei candidati “vanno meglio”, è da riferirsi alla maggiore terapeuticità del funzionamento della coppia legata molto di più alle aspettative di guarigione.
Il concetto di “spontaneità” dell'analista per me ha lo stesso significato da attribuire al concertista che diventa tale solo quando ha tanto assorbito la tecnica strumentale da poterla dimenticare perché sarà interessato soltanto a “fare la musica”. È quello che nel nostro campo può significare conoscere tanto bene il mestiere di analista da poterlo dimenticare per poter essere analista anziché fare l'analista.
Mi rendo conto che ciò che ho detto può turbare gli amanti delle regole: quelle regole che i candidati, all'inizio del loro iter, ci chiedono ripetutamente, e che non venogno ovviamente mai date. La tecnica psicoanalitica infatti si fonda sul principio inderogabile della “regola aurea”. Cioè la “regola” della “non regola”., fuori da questa “regola” non c'è psicoanalisi.
E' così possibile considerare il “patto” che definisce il “setting” come il fattore differenziante fra trattamento psicoanalitico e psicoterapia psicoanalitica. Tale patto o, come si usa dire “contratto”, non è definito da un criterio esterno deciso sulla base di schemi precostituiti, ma come risultato di una dinamica che si sviluppa all'interno della coppia terapeutica fin dal primo incontro che si manifesterà poi con la costituzione del setting. Il setting ovviamente non deve essere definito in termini contraddittori: è impensabile, ad esempio, stabilire di fare una seduta alla settimana facendo sdraiare il paziente sul lettino; e ciò perché mentre distanziare le sedute vuoi dire mantenere il rapporto a livelli meno profondi, il lettino, anziché il vis-à-vis, vuoi significare facilitare la regressione del paziente e quindi consentire l'emergere di materiale più profondo. La consequenzialità della logica del setting deve essere rispettata e non può consentire contraddizioni. Se così non fosse la linea di demarcazione già così sfumata, ma proprio per questo estremamente più delicata, fra trattamento psicoanalitico e psicoterapia psicoanalitica risulterebbe confusa ed equivoca e quindi carica di elementi distruttivi. E nonostante oggi in psicoanalisi ci si occupi più di aggressività che di libido, penso che un rapporto terapeutico è tale solo se in esso prevale la libido.
Differenze tra psicologo, psicoterapeuta, psichiatra, psicoanalista
Spesso vi è molta confusione tra i suddetti suoli e su quali siano le loro competenze. Proveremo a rispondere alle più comuni domande a scopo informativo e divulgativo, rimanendo a disposizione per ulteriri chiarimenti e confronti.
Chi è uno psicologo?
Uno psicologo è un laureato in scienze psicologiche che, a seguito dell’esame di stato, viene abilitato alla professione di psicologo. La sola laurea in psicologia, in assenza di abilitazione alla professione, che avviene tramite il superamento all’esame di stato e l’iscrizione all’ordine, non permette di esercitare la professione di psicologo clinico. Qualunque psicologo che lavora nell’ambito sanitario è dunque laureato in psicologia e iscritto all’ordine degli psicologi della propria regione.
Cosa può fare uno psicologo clinico?
Uno psicologo clinico è uno psicologo abilitato a svolgere la propria professione nell’ambito clinico. Tale abilitazione permette di somministrare test, fare diagnosi, perizie, consulenze e colloqui psicologici individuali di coppia o famigliari. Gli ambiti di intervento di uno psicologo sono: psicologia clinica, diagnosi clinica, abilitazione e riabilitazione psicologica, psicologia del lavoro e delle organizzazioni, psicologia dell’educazione e dell’orientamento (anche detta psicologia scolastica nello specifico), psicologia di comunità, psicologia della salute e psicologia dello sport. Lo psicologo clinico non può svolgere psicoterapie.
Che differenza c’è tra uno psicologo e uno psicoterapeuta?
Uno psicoterapeuta è colui che, una volta conseguita la laurea in medicina o psicologia, si specializza, tramite il conseguimento di un diploma, in psicoterapia. Lo psicoterapeuta ha conseguito la laurea in psicologia (5 anni) più la specialità (4 anni), oppure una laurea in medicina e chirurgia (6 anni) e successivamente una specialità in psicoterapia (4 anni), in psichiatria (4 anni) o in neuropsichiatria infantile (5 anni). Le scuole di specialità sono tutte postlaurea e richiedono l’iscrizione all’Albo degli Psicologi o dei Medici, nonchè l’abilitazione ad esercitare la professione, e la frequenza ai corsi dura quattro anni così come il tirocinio. Il conseguimento del diploma di Specialista in Psicoterapia dà la possibilità di iscriversi alla Lista degli degli Psicoterapeuti presso l'Albo dei Medici o degli Psicologi.
Lo psicoterapeuta, a differenza dello psicologo, può fare psicoterapie. Attualmente sono molto numerose le scuole abilitate a dare il titolo di psicoterapeuta (almeno 300) ed hanno caratteristiche molto differenti le une dalle altre, anche quanto richiedono agli allievi per dare loro il titolo è molto differente da una scuola ad un'altra. Le persone che hanno il titolo di psicoterapeuta possono di conseguenza avere professionalità estremamente differenti quanto a conoscenze teoriche ed esperienza clinica, questo contribuisce nel sostenetere ed alimentare la confusione attualemnmte vigente rispetto la ruolo, tanche che la maggior parte delle persone non sa in genere a chi affidarsi.
Chi è lo psichiatra?
Lo psichiatra è un laureato in medicina, iscritto all’ordine dei medici, e che dopo la laurea si è specializzato in psichiatria. Il percorso formativo dello psichiatra fa sì che abbia una preparazione dettagliata sugli aspetti biologici delle patologie psichiche oltre che sugli aspetti psichici, dopo il conseguimento della specialità anche lo psichiatra ed il neuropsichiatra infantile (esperto in psichiatria e neurologia dell'infanzia e dell'adolescenza) possono infatti iscriversi alla Lista degli Psicoterapeuti presso l'Albo dei Medici. Lo psichiatra, in quanto laureato in medicina, può somministrare farmaci. Lo psicologo non può somministrare mai farmaci.
Chi è uno psicoanalista?
Uno psicoanalista è uno psicologo o un medico inscritto all'Albo e abilitato alla professione che ha seguito un training analitico presso l'Istituto di Formazione di una società di Psicoanalisi. La formazione dura in media una diecina di anni dopo la laurea e l'associatura prevede una formazione continua permanente anche dopo avere acquisito il titolo con un impegno ad un coninvolgimento diretto alle attività dell'associazione. All’interno della metafora degli insiemi è come se lo psicoterapeuta fosse un macro insieme dove rientrano i vari tipi di psicoterapeuti e tra questi anche gli analisti.
Nell’ambito degli psicoanalisti ci possono essere vari orientamenti. I più conosciuti sono gli psicoanalisti che fanno riferimento all'International Psychoanalytical Association (in Italia due gruppi di psicoanalisti sono associati all'IPA la SPI e l'AIPsi)
La confusione nell'ambito del significato dei termini e dei ruoli è anche alimentata dal fatto che spesso i termini che qui tentiamo di chiarire vengono usati colloquialmente più sulla scorta dell'emotività che sulla base del loro senso reale, in effetti sono tutte professioni che si occupano della mente e quasto ci aiuta a capire come mai l'emotività asusme un ruolo così importante. Talvolta chiamare psicoanalista lo psichiata da la sensaizone di essere meno malati, a volte è il contrario, di conseguenza nel parlare comune i termini venogno usati con modalità spesso molto soggettive.
(vedi: la formazione psicoanalitica).
(vedi: la formazione psicoanalitica).
Drammaticamente non esiste un albo degli psicoanalisti e ciò consente a volte a persone senza alcuna competenza abusare del titolo, fortunatamente ora pare che la giurisprudenza stia iniziando a tutelare maggiormente questo terreno così delicato dove tutti i giorni emergono figure professionali nuove dai nomi sempre più funzionali dal punto di vista del marketing, ma senza alcuna reale competenza clinica (vedi: la psicoanalisi è una psicoterapia).
Vedi per le differenze tra psicoanalisi e psicoterapia:
psicoanalisi-psicoterapia
Dicono Laplanche e Pontalis: “Col nome di “psicoterapia analitica” si intende una forma di psicoterapia che si basa sui principi teorici e tecnici della psicoanalisi, senza tuttavia realizzare le condizioni di una cura psicoanalitica rigorosa”.
E Rycroft: “Uno psicoterapeuta orientato psicoanaliticamente è una persona che intende usare le teorie e le tecniche psicoanalitiche senza avanzare alcuna pretesa di essere stato formato in un Istituto psicoanalitico”.
(L'enciclopedia di Laplance e Pontalis e quella di Rycroft sono le due enciclopedie di psicoanalisi ritenute generalmente le più attendibili)
psicoanalisi-psicoterapia
Vi è spesso una tendenza a confondere l'ascolto analitico e l'utilizzo di strumenti analitici con il fare psicoanalisi. Oggigiorno questo problema è particolarmente acceso. Addirittura il problema oggi è che ci sono numerosissime scuole, talune sostenute anche da analisti IPA, che propongono training che, paragonati a quelli della psicoanalisi, sono molto più rapidi e richiedendo meno conoscenze teoriche, meno analisi personale (talvolta l'analisi del terapeuta futuro non è nemmeno necessaria) e meno supervisioni con supervisori altrettanto meno rigorosamente formati. Queste istituzioni sono di fatto un pericolo primaditutto per l'identità della psicoanalisi stessa come disciplina con un metodo ed un setting ben definito (le persone finiscono per non sapere più nemmeno cosa è l'analisi, tutto diviene potenzialmente analisi) , in secondo luogo il rischio grave è quello che vengono formati specialisti senza i minimi requisiti di training. Queste istituzioni parallele caratterizzate dalla richiesta di un minor impegno contribuiscono alla confusione esistente tra psicoanalisi e psicoterapia inducendo nelle persone nelle persone che tutte le terapie basate sulla parola sono "analisi".
Vedi l'articolo della Dr.ssa Amati Mehler: http://www.ipa.org.uk
Esistono anche psicoterapie per bambini e adolescenti?
Certamente, peraltro la grande plasticità della mente del bambino consente talvolta risultati più rapidi e significativi di quanto non sia possibile con gli adulti. Generalmente è necessario che parallelamente alla terapia del bambino vengano effettuati da un altro professionista colloqui clinici per la coppia genitoriale.
Una terapia sul bambino può risolvere i suoi problemi a scuola?
Sì, se la base della difficoltà scolastiche è un problema psicologico o emotivo.
Si può fare una terapia farmacologica e una psicoterapia contemporaneamente?
Sì, non vi è nessuna controindicazione a proposito.
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