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Don Giovanni

Don Giovanni è un'opera liricain due atti di Wolfgang Amadeus Mozart.
Composto prima di Così fan tutte e successivo a Le nozze di Figaro e venne composta nel 1787, quando Mozart aveva 31 anni.
 
Alcuni autori idealizzano il potere e la vitalità del Don Giovanni. Mozart descrive il protagonista come il più vuoto dei personaggi, il quale usa il nutrimento narcisistico derivato dalle conquiste agite con modalità seriale come uno strumento per sopravvivere alla catastrofe psichica nel quale riesce a rassicurarsi mettendo negli altri la propria sofferenza ed il proprio senso di non valere nulla e di non essere voluto. Mentre gli altri personaggi sono capaci di provare sentimenti e di investire sulle altre persone, Don Giovanni ha profonde difese in merito e deve proteggersi dalla possibilità di una reale relazione con una persona portando immediatamente la propria attenzione su di un'altra

Ricerca della verità nell'arte


La mia arte è un'autoconfessione. Per suo tramite io tento di far luce sul mio rapporto con il mondo. Si potrebbe anche considerarlo egoismo. Comunque sia, ho sempre pensato e sentito che la mia arte potrebbe aiutare gli altri a fare luce nella loro ricerca di verità.

[...]

Io credo unicamente in un'arte che sia dettata dal bisogno umano di aprire il proprio cuore. Occorre che l'arte intera - la letteratura come la musica - nasca dal sangue del proprio cuore. L'arte è il sangue del proprio cuore. 


Munch. E.



L'interesse dell'estetica per la psicoanalisi


La psicoanalisi riconosce anche nell'esercizio dell'arte un attività che si propone di temperare desideri irrisolti. Le forze motrici dell'arte sono gli stessi conflitti irrisolti che spingono altri individui alla nevrosi e che hanno indotto la società a fondare le sue istituzioni.
L'artista persegue innanzitutto la propria liberazione e, comunicando con la sua opera, la trasmete ad altri che soffrono degli stessi desideri trattenuti. Egli rappresenta come appagate le sue fantasie di desiderio più personali, e queste divengono opera d'arte soltanto se vien loro impressa una forma di versa che mitighi l'aspetto urtante di questi desideri, ne celi l'origine personale, e offra a gli altri, rispettando le regole del bello, seducenti premi di piacere
In quanto realtà ammessa convenzionalmente, in cui grazie all'illusione artistica simboli e formazioni sostitutive possono suscitare autentici affetti, l'arte costituisce un regno intermedio tra la realtà che frustra i desideri e il mondo della fantasiache li appaga, un dominio in cui si direbbe siano rimaste in vigore le aspirazioni all'onnipotenza dell'umanità primitiva.

Bibliografia:
L'interesse per la psicoanalisi da parte delle scienze non psicologiche (1913 -OSF)

Gustav Klimt


Gustav Klimt

Klimt nasce il 14 luglio 1862 a Baumgarten presso Vienna, secondo dei sette figli del'incisore e cesellatore Erns Klimt, bravo ma povero artigiano, e di Annie Finster.
La vienna di Klimt, quella della Belle Epoque al volgere dle secolo, rappresenta uno dei momenti più affascinanti della storia del'arte e della cultura. L'estrema tensione tra realtà e illusione, tradizione e modernità in cui vivono artisti e intelletuali produce una potente energia creativa. La città è un laboratorio il cui valore è testimoniato da nomi come Sigmund Freud, Otto Wagner e Gustav Mahler.
Ciò che affascina di Klimt è la sensualità del disegno, la resa caleidoscopica della pittura e l'impulso e decifrare i segreti racchiusi nelle sue opere.
Klimt dipinge la donna idealizzata, la don a per eccellenza, in tutte le pose immaginabili, anche le più ardite. La donna nelle sue opere sedute con il proprio corpo che esibisce apertamente, senza pudori, nella sua nudità. Il mondo di Klimt è ovunque pervaso di polline e pistilli, ovuli e spermatozoi sparsi sui corpi, sulle vesti, persino nei paesaggi. Talvolta le sue opere vengono accolte con entusiasmo e l'artista viene esaltato fino a divenire il ritrattista preferito della buona società viennese. Tuttavia il suo manifesto erotismo, in una Vienna decadente che risente dell'ipocrita repressione vittoriana, si scontra sovente con un esasperato rifiuto; lo scandalo è all'ordine del giorno.
Molto prima che la storia ascrivesse all'espressionismo e al surrealismo il merito di aver manifestamente condotto la sessualità nel territorio dell'arte, Klimt la eleva a proprio credo, a leitmotiv della propria opera.
"Vogliamo dichiarare guerra alla sterile routine, al rigido bizantinismo, a tutte le forme di cattivo gusto ... La nostra secessione non è una battaglia degli artisti moderni contro i vecchi bensì una lotta per affermare la superiorità degli artisti sui mercanti ambulanti che si spacciano per artisti e hanno interesse ad impedire la fioritura dell'arte" (Katalog zur ersten Secession in Wien, Vienna 1898). Questa dichiarazione di Hermann Bahr, padre spirituale dei secessionisti, può essere considerata il manifesto programmatico della Secessione viennese costituita nel 1897 e della quale Klimt diviene presidente. La nuova generazione di artisti non sopporta più la tutela dei rappresentanti dell'accademismo e chiede uno spazio espositivo adeguato e libero da qualunque "carattere commerciale". Essa intende porre termine all'isolamento culturale di Vienna, invitando artisti stranieri e facendo conoscere le proprie opere all'estero. Il programma della Secessione non consiste semplicemente in un dissidio di tipo "estetico", bensì in una lotta per l'arte stessa, per il diritto alla "creazione artistica", per annullare la distinzione tra arte elevata e generi artistici inferiori.
Quale corrente stilistica contrapposta all'accademismo e al conservatorismo borghese, la Secessione viennese ha un ruolo cruciale nello sviluppo e nella diffusione dello Jugendstil tanto in pittura quanto nell'ambito delle arti applicate. La rivolta di questa generazione contro l'imposizione esercitata da un tradizionalismo sociale, politico ed esteticosi fa strada con tale impeto da ottenere un successo quasi immediato e sfociare infine in un progetto pressoché utopistico: la trasformazione della società attraverso l'arte.

Il folle e l'immaginazione



Tutti sanno che i folli devono il loro internamento a un piccolo numero di atti legalmente reprensibili e che senza questi atti la loro libertà (ciò che si vede della loro libertà) non sarebbe messa in discussione. Che essi siano in una certa misura vittime della loro immaginazione, io sono pronto ad ammetterlo intendendo nel senso che essa li spinge all'inosservanza di certe leggi al di fuori delle quali la razza si sente lesa, fatto questo che ogni uomo ha conosciuto a proprie spese. Ma il profondo distacco che essi dimostrano nei confronti del nostro comportamento contro di loro, e persino delle varie punizioni che venogno loro inflitte, permette di supporre che essi trovino un grande conforto nella loro immaginazione, che essi godano abbastanza del loro destino da sopportare che esso valga soltanto per loro. E perciò le allucinazioni, le illusioni ecc., non sono una fonte trascurabile di piaceri.

A. Breton, dal Manifesto del surrealismo, 1924

Surrealismo



"Automatismo psichico puro mediante il quale ci si propone di esprimere sia verbalmente, sia per iscritto o in altri modi, il funzionamento reale del pensiero; è il dettato del pensiero, con assenza di ogni controllo esercitato dalla ragione, al di là di ogni preoccupazione estetica e morale".A. Breton 1924

Nel 1924 André Breton pubblica il primo Manifesto del surrealismo. Ne risulterebbe che il surrealismo è il tentativo di esprimere ciò che attualmente definiremmo il vero sé in piena libertà, senza l'intervento della ragione critica che, mettendo in atto meccanismi inibitori legati all'educazione o all'istruzione, ci condiziona obbligandoci a reprimere istinti e sentimenti, a nasconderli, seppellendoli nel più profondo di noi stessi, fino ad apparire come la società costuita vorrebbe che fossimo.

Espressionismo


Non è un movimento unitario, non è incondizionatamente una reazione all'impressionismo, per alcuni non è nemmeno un movimento.
In termine sarebbe nato prima in riferimento ai fauves francesi e, solo nel 1910, usato dal mercante d'arte Paul Cassier per caratterizzare l'arte di Pechestein in contrapposizione all'impressionismo. Intorno al 1914, anche a causa della guerra, i gruppi che formano l'espressinismo tedesco sono già in crisi: Die Brucke, nata a Dresda e trasferita a Berlino intorno al 1910, si è sciolta nel 1913; a Monzaco Der Blaue Reiter, dopo la morte in guerra di August Macke (1914) e Franz Marc (1916), cessa le iniziative comuni.
L'espressionismo ha dunque la sua massima espressione tra il 1905 e il 1914, anno dop il quale l'espressionismo pittorico tende a perdere di rilievo.

La scoperta degli impressionisti negli anni delle Secessioni non è contraddittoria con la preparazione dell'humusespressionista. La contrapposizione impressionismo-espressionismo va alquanto ridimensionata: già la concentrazione degli impressionisti sull'immagine impressa sulla retina implica uno spostamento dell'attenzione dalla realtà oggettiva alla ricezione soggettiva; spostamento che in una cultura come quella tedesca, praticamente priva di un fenomeno impressionista, ha sviluppato una concentrazione sull'interiorità dell'individuo, presto trasferita dall'occhio alla mente.

La scarsa dimestichezza dei pittori espressionisti con il pennello è bilanciata, secondo Jolanda Nigro Covre, dal rapporto strettissimo con il romanticismo tedensco, e dall'eredità dei filosofi da Kant a Hegel a Nietzsche.
Tra gli assunti teorici di origine kantiana e hegeliana vanno sottlineate rispettivamente da teoria della pura visibilità e la teoria dell'immedesimazione, o empatia, o simpatia simbolica.
Nella pura visibilità è individuata una facoltà conoscitiva della propria visione, ben distinta da quella razionale che procede per concetti, ma anche da ogni fattore emozionale o religioso. Il pittore prosegue il processo di conoscenza "creando" immagini rigorosamente bidimensionali (in quanto tale è il supporto) dotate di una struttura tendente all'equilibrio, all'unità ordinata, all'armonia.


I temi degli espressionisti consistono in figure, paesaggi, gruppi di nudi, nature morte. Numerosissimi sono i temi religiosi, cristiani e biblici. La proiezione dello stato d'animo nel paesaggio e nella natura morta consente  di  configurare questa tematica nel suo complesso come un'analisi del soggetto, dei suoi dati psicologici ed esistenziali.

L'espressionismo è stato anche individuato come il movimento di rottura più radicale con la concezione edonistica dell'arte, presupposto di ogni successiva posizione culturalmente rivoluzionaria per il suo spirito ribellistico, prodotto infantile di un disagio in seguito maturato in rivolta e denuncia; rivoluzionario in quanto deliberatamente dichiarato in termini di negatività assoluta ed "estetica del brutto". Si tratterebbe del disagio, questo almeno in Germania, per la politica tedesca lanciata verso l'espansione industriale e la conquista del primato nei mercati stranieri, dove l'artista si configura come prodotto (reattivo) dell'alienazione e del male di vivere, preannunciati dalla tipologia romantica e più tardi esplosi nel'esistenzialismo.

Expressionism

It is not a unitary movement, it is not unconditionally a reaction all'impresisonismo, for some  it is not even a movement.
In the end it came first in reference to the French Fauves, and only in 1910, used by the art dealer Paul Cassier to characterize the art of Pechestein as opposed to Impressionism. By 1914, partly because of the war, the groups that make the German espressinismo are already in crisis: Die Brucke, born in Dresden and moved to Berlin in 1910, disbanded in 1913 in Der Blaue Reiter Monzaco after death in the war of August Macke (1914) and Franz Marc (1916), ceases joint initiatives.
Expressionism has therefore its peak between 1905 and 1914, double the painterly expressionism which tends to lose importance.
The unfamiliarity of expressionist painters with the brush is balanced, according Jolanda Covre Nigro, by tedensco close relationship with romance, and the heritage of philosophers from Kant to Hegel to Nietzsche.
Among the theoretical assumptions of Kantian and Hegelian origin are respectively sottlineate theory and the theory of pure visibility dell'immedesimazione, or empathy, or sympathy symbolic.
Pure Visibility is located in a faculty of knowledge of one's view, quite distinct from that which proceeds by rational concepts, but also from any emotional or religious factor. The artist continues the process of learning "by creating" images strictly two-dimensional (since it is the stand) with a structure tending to equilibrium, unit orderly harmony. The themes consist of expressionist figures, landscapes, groups of nudes, still lifes. Many are religious themes, and biblical Christians. The projection of the mood in the landscape and still life allows you to configure this theme as a whole as an analysis of the subject, its existential and psychological data.Expressionism was also identified as the most radical rupture with the movementof hedonistic conception of art, a prerequisite for any subsequent position culturally revolutionary for its spirit ribellistico, produced childlike discomfort later matured into rebellion and complaint; revolutionary as deliberately stated in terms of  absolute negativity and "aesthetic of the ugly". This would be the inconvenience, this at least in Germany, the German political and industrial expansion and launched toward the conquest of the primacy in foreign markets, where the artist appears as the product (reagents) and alienation of evil to live, unannounced the romantic type and later exploded nel'esistenzialismo.

1899: esplorazioni dell'inconscio tra psicoanalisi e arte

La data di pubblicazione della Traumdeutung assume nella storia dello sviluppo del pensiero psicoanalitico un significato di pietra miliare. Inoltre il carico di significato personale che quest'opera ha per Freud, si sposa perfettamente con l'intenzione di indirizzare la riflessione sui moventi che spingono gli uomini a guardare nelle più remote profondità di loro stessi. Moventi che sono sostenuti da una fondamentale sofferenza, per curare la quale la curiosità e il desiderio di crescere riescono a sopraffare la naturale ritrosia e l'evitamento della fatica per affrontare gli inquietanti meandri del proprio mondo interno.
Ogni manifestazione dell'espressività umana, in qualsiasi forma si manifesti, dalla più privata e condivisa solo con se stessi, per esempio nel sogno, a quella pubblica e socializzata, comprese quindi le produzioni scientifiche e artistiche, risponde a questo bisogno intimo di dare una forma all'esperienza interna di sconcerto e di sofferenza per la rottura di un equilibrio. «Anche il più semplice, più piccolo uomo, quando ha la sua nevrosi segnala a se stesso un conflitto: è tempo di andare, è tempo di pensare. La psicoanalisi può essere considerata come l'attività e lo strumento capace di raccogliere ed ampliare il debole segnale e consentire a quest'uomo di dirsi e sviluppare il suo “no”, trovando la libertà dentro di sé» (Di Chiara, 1985, 268). 

La spinta a esplorare, e quindi «nominare» e rappresentare il proprio inconscio, significa trarre l'altro, l'alieno, all'interno della propria competenza psichica. Il pensiero freudiano in questo senso non rappresenta che una tappa, fulgida sicuramente, ma assolutamente inscritta in un movimento che credo si possa iconograficamente identificare nell'immagine di Pinel che libera dalle loro catene i «matti» della Salpetrière. Atto che ha dato l'avvio, nella prospettiva della storia del pensiero psichiatrico, ad un percorso che, pur nelle differenze delle diverse epoche e delle diverse scuole di pensiero, non ha mai cessato di guidare l'operare psichiatrico. Lo sforzo della psichiatria francese post-rivoluzionaria, fino all'800, di individuare «sindromi», così come l'impresa di Kraepelin nella direzione della identificazione dell'entità nosografica, o la grande sistematizzazione di Jaspers della psicopatologia, tendono a sottrarre l'estraneo alla coscienza «sana» all'ambito del magico, del malefico, del non umano. Tendono a dare un significato di qualche tipo alla disturbante estraneità dello «psicopatologico», a non lasciarlo vagare come un personaggio senza volto e senza senso. L'opera di Freud in questo senso rappresenta il culmine di tale operazione di conquista al senso e al pensiero dell'estraneo. Rappresenta, citando ancora Di Chiara (1985), un'esplicitazione della «funzione psicoanalitica della mente», che peraltro non viene a riguardare unicamente l'ambito «psi», ma si può rintracciare anche nello sviluppo del pensiero filosofico e, ancor di più, nell'ambito artistico. Così negli anni intorno alla fine del 1800 e l'inizio del 1900 il clima culturale era saturo di questa più o meno consapevole curiosità nei confronti dell'estraneo in noi.
«Questo libro [L'interpretazione dei sogni] ha infatti per me anche un […] significato soggettivo, che mi è riuscito chiaro solo dopo averlo portato a termine. Esso mi è apparso come un brano della mia autobiografia, come la reazione alla morte di mio padre, dunque all'avvenimento più importante, alla perdita più straziante nella vita di un uomo» (Freud, 1899, 5).
L'opera fondamentale che si può porre come pietra angolare dell'edificio psicoanalitico nasce, nel 1899, come reazione ad una perdita, «alla perdita più straziante nella vita di un uomo».
Il vuoto che l'oggetto lascia nel mondo sembra solo un'eco di una perdita più vasta e profonda che si produce all'interno della mente di chi questa perdita subisce, come la produzione di una «perdita di sostanza» che richiede un'attività intensa per poter ricostituire questa sostanza perduta. Prima di elaborare la riflessione su lutto e melanconia, Freud attua questo lavoro, indirizzando, genialmente, tutte le sue risorse ad un'esplorazione dei propri spazi interni, attraverso «la via regia» del sogno.
In una lettera a Fliess, per ringraziarlo delle condoglianze, scrive: «La morte di mio padre mi ha colpito profondamente per una delle oscure vie che sono al di là della coscienza ufficiale […] quando è morto aveva fatto il suo tempo, ma la sua morte ha risvegliato in me tutti i miei antichi sentimenti. Ora mi sento completamente sradicato» (cit. da Jones, 1953, 391).

La capacità di creare, e la possibilità di riparare tutto ciò che nel procedere dell'esperienza assume il carattere traumatico di una concretizzazione di queste evenienze fondamentali, diviene il motore che ci seduce verso l'esplorazione dello sconosciuto; l'incombenza della sconfitta e dello scacco del senso ciò che ci terrorizza: il tramonto della ragione.
Edvard Munch
Ragazze sul ponte
Olio su tela
Museo Puskin - Mosca


La distinzione tra mondo interno e mondo esterno sembra raffigurata da un dipinto, Le ragazze sul ponte, che Edvard Munch realizza nel 1899.
La vicenda di Munch è particolarmente indicata ad un'esplorazione tesa all'evidenziazione della relazione tra vicende personali e creatività artistica. Egli pone come centro della propria produzione i fatti fondamentali della propria vita. La sua vicenda infantile ruota intorno alla morte della madre, a causa della tubercolosi, quando egli aveva cinque anni. Edvard era il secondo di cinque fratelli. La sorella maggiore di un anno, Sophie, morì di tubercolosi a quindici anni. La sorella minore, Laura, divenne, nella prima adolescenza, psicotica. Il fratello Andreas, il penultimo figlio, morì a ventisei anni di polmonite. Il padre soffriva di una situazione ciclotimica. L'ultima sorella, Inger, rimane tutta la vita accanto ad Edvard, che mai riuscirà a formarsi una famiglia, terrorizzato dall'incombere della malattia e della follia su di lui.
Nella produzione pittorica di Munch, una vocazione che ha conservato come un'eredità materna, gli eventi traumatici della sua vita vengono rappresentati con una cronologia che rispetta un andamento che dall'ultimo evento va verso il primo, dal meno drammatico a quello irreparabile. La bambina malata (Chiappini, 1998, 70; www.edvard-munch.com/gallery/death/index.htm), raffigurazione della malattia della sorella Sophie, è datato 1885, nella sua prima versione; Morte nella camera di un'ammalata (Chiappini, 1998, 73,  www.edvard-munch.com/gallery/death/index.htm), la scena della morte della sorella è del 1893 (ci sono voluti otto anni per passare dalla malattia alla raffigurazione della morte); La madre morta e la bambina (Cfr. Bishoff, 1994, 57; www.edvard-munch.com/gallery/death/index.htm), che si riferisce alla morte della madre del 1899.
Un andamento a ritroso che indica come il lavoro artistico rappresenti per lui il tentativo di recuperare allo spazio della pensabilità «i vuoti di senso che dall'anima si trasmettono alla mente e la lasciano esausta per la perdita di significato delle persone e delle cose [che] costituiscono […] il modo di Munch di rappresentare la proibizione di essere» (Magherini, 1998).
Recuperare le memorie tende a liberarle dalla persecutorietà che contengono: nuclei di esperienza allo stato puro, pensieri senza pensatore, possono divenire la fonte interna della creatività, frammenti di vita di cui dolorosamente riappropriarsi, attraverso un lavoro che permetta all'Io di non restare soverchiato dalla perdita rappresentata dalla mancata simbolizzazione delle «più piccole cose» che non ci sono più.
Nella mente di Munch queste immagini sono rimaste come sospese nel tempo. Vi è un tempo oggettivo, lineare, che scorre inesorabilmente, ed un tempo interno, bloccato. È il tempo del ricordo racchiuso in una prospettiva chiusa e ricorsiva, in cui il passato non può essere tale, ma è sempre, persecutoriamente, presente.
Come Freud ha asserito nell'inconscio non troviamo traccia di una concezione del tempo. Il tempo è una dolorosa acquisizione della consapevolezza di sé. Attraverso un confronto sempre turbolento tra il tempo lineare oggettivo, ed i tempi interni, bloccati o oscillatoriamente mobili. Sembra tuttavia che in Munch questa rappresentazione di un tempo interno fermo su questi eventi si possa anche discostare dall'idea di una vera e propria paralisi, come potrebbe essere quella del tempo melanconico che «sembra congelato in un momento che dura per sempre, come la morte stessa» (Birksteed-Breen, 2004, 1505), o come nelle manovre ossessive di negazione del tempo descritte da Fachinelli (1992). Se da un lato non è negato il tempo lineare oggettivo, dall'altro la temporalità oscillatoria interna sembra riaperta, in un andare dal presente al passato, per rendere pensabile ed elaborare l'esperienza emotiva, nell'allora intollerabile. È questa la nachträglichkeit freudiana, che permette (Baranger W. e M., 1987) l'elaborazione del trauma che qui forse proprio attraverso la mediazione artistica «dà forma concettuale e verbale - in questo caso figurativa - a ciò che si manifestava come inammissibile e incomprensibile» (179). Penso in particolare a come l'espressione artistica possa fungere da mente altra, la mente materna che tiene al proprio interno le angosce del bambino il tempo necessario per renderle tollerabili. È questa la matrice di un tempo soggettivo, interno, non paralizzato.
Il lutto legato alla perdita della madre, rappresenta, nell'età in cui Munch l'ha patito, un'esperienza che si pone ai limiti della possibilità di concepire una elaborazione per una mente ancora così bisognosa di un supporto. Sarebbe proprio della madre, della sua capacità di consolare e dare conforto che il bambino di fronte ad un carico di emozioni così grande avrebbe bisogno; ma è proprio questa che viene a mancare. La possibilità di avere dentro di sé un oggetto interno materno sufficientemente solido appare, in un'età così precoce, e con le vicende familiari specifiche di Munch, profondamente problematica. L'ambiente familiare è chiuso su di sé e sul proprio dolore e viene a configurare un ambiente «madre-morta» nell'accezione di Green (1980): l'evento trasforma «l'oggetto vivente, sorgente della vitalità del bambino, in una figura lontana, atona, quasi inanimata» (265).
Tre ragazze, tutte rivolte verso la stessa direzione, osservano il paesaggio che si riflette nell'acqua. In questo riflesso esiste un particolare che è balzato all'attenzione di tutti, cioè che accanto al grande albero, manca la luna. Ma in realtà vi è un'altra caratteristica che può far pensare ad una sorta di lapsus pittorico: la casa che si riflette è diversa, reciproca, rispetto a quella reale. La parte più bassa del tetto diviene nel riflesso quella più alta e viceversa; compare una finestra in più nel riflesso che non esiste nella «realtà».
Ciò che le ragazze vanno osservando è lo spazio interno della mente, popolato dagli oggetti della storia che possono declinarsi secondo due registri: da un lato vi è lo spazio dei ricordi, dove gli oggetti vengono conservati anche nelle loro relazioni. In particolare sembra che la luna, l'albero e la casa, nello spazio «reale» configurino una relazione tra padre e madre che crea lo spazio della familiarità. È questo quindi lo spazio del ricordo, della relazionalità e della creatività. Nel riflesso viceversa si configura lo spazio del «trauma», della perdita dell'oggetto. In questo spazio campeggia l'assenza, il luogo dove non è più l'oggetto. Solo nel momento in cui è possibile rappresentarsi la morte della madre, e la situazione emotiva che si realizzò nel mondo interno, che può riorganizzare, attraverso l'elaborazione del lutto, il proprio spazio interno, in cui l'esperienza della perdita e quella del ricordo possono affiancarsi in una realtà interna vitale.
L'elaborazione del lutto tuttavia non toglie la perdita: se nella realtà la vita può riprendere il suo corso in una relativa tranquillità, nel profondo dell'anima i vuoti restano, anche se la riparazione può addirittura creare qualcosa in più rispetto al reale. Come osserva F. Meotti (1998): «nel momento stesso in cui procede alla
riparazione dell'oggetto […] [il soggetto] crea di fatto un oggetto nuovo, ma, soprattutto, crea la propria creatività […] [la riparazione] appare come un processo molto complesso in cui […] è necessario che l'esperienza vitale e sempre più importante del presente rafforzi la coesione e il peso che il sé dà a se stesso, in modo tale da variare il tono affettivo della memoria senza adulterarne il significato» (150). In questo senso, tornando a Ragazze sul ponte, si può pensare sia la realtà soprastante ad essere un riflesso di quella sottostante, uno spazio in cui il sé ha potuto «variare il tono affettivo della memoria», attingendo comunque a primitive esperienze legate alla presenza viva e vivificante della madre.

Tratto da:
Trabucco, L. (2007). 1899: esplorazioni dell'inconscio tra psicoanalisi e arte. Rivista Psicoanal., 53:673-696

Arte e psicoanalisi

L'interesse dell'estetica per la psicoanalisi
La psicoanalisi riconosce anche nell'esercizio dell'arte un attività che si propone di temperare desideri irrisolti. Le forze motrici dell'arte sono gli stessi conflitti irrisolti che spingono altri individui alla nevrosi e che hanno indotto la società a fondare le sue istituzioni.
L'artista persegue innanzitutto la propria liberazione e, comunicando con la sua opera, la trasmete ad altri che soffrono degli stessi desideri trattenuti. Egli rappresenta come appagate le sue fantasie di desiderio più personali, e queste divengono opera d'arte soltanto se vien loro impressa una forma di versa che mitighi l'aspetto urtante di questi desideri, ne celi l'origine personale, e offra a gli altri, rispettando le regole del bello, seducenti premi di piacere
In quanto realtà ammessa convenzionalmente, in cui grazie all'illusione artistica simboli e formazioni sostitutive possono suscitare autentici affetti, l'arte costituisce un regno intermedio tra la realtà che frustra i desideri e il mondo della fantasiache li appaga, un dominio in cui si direbbe siano rimaste in vigore le aspirazioni all'onnipotenza dell'umanità primitiva.

Bibliografia:
L'interesse per la psicoanalisi da parte delle scienze non psicologiche (1913 -OSF)

Arte e psicoanalisi

Sigmund Freud ricordava come i poeti sanno più di noi. Per Bion i poeti sono i “veri psicoanalisti”, Winnicott si riferisce alla capacità negativa di Keats: ossia la la capacità di un uomo di restare "nell’incertezza, nel mistero, nel dubbio senza l’impazienza di correre dietro ai fatti e alla ragione”.
Lacan sostiene che “le creazioni poetiche generano piuttosto che riflettere le creazioni psicologiche”.
Non è compito della psicoanalisi né di nessun altro, spiegare che cosa l’artista vuol dire con il suo lavoro, neanche l’artista stesso lo sa, e forse è meglio così, ma di soffermarsi su quello che l’opera ci evoca utilizzando i propri strumenti e il nostro personale pensiero. E' ovvio che qualsiasi lettura risente del vissuto emozionale di chi scrive, dei suoi livelli di partecipazione e della sua formazione intellettuale, è necessario sedersi accanto all’artista e alla sua opera nel rispetto della sua esistenza altra rispetto a noi. 
Altra retorica e datata idea è quella che il trattamento analitico inibisca la creatività artistica, pensiero romantico derivato da un’immagine divina e maudit dell’artista, identificando la malattia come presupposto necessario della capacità creativa.
Questo concetto per il Dott. Matteo De Simone è falso, nel senso che la creatività non si sviluppa esclusivamente dal bisogno di ricreare l’oggetto perduto, spesso consiste invece nel creare qualcosa di nuovo nel mondo che già esisteva ma che non aveva ancora un nome.
L’opera d’arte rivela quello che non sapevamo del mondo, dice la Milner:
Nel processo creativo si annulla la distinzione tra soggetto e oggetto, tra interno ed esterno, quindi la creatività si situa nell’oscillazione tra un’attività mentale di superficie e il contenuto indefinito e non differenziato. Non è, dunque, solo il “sentimento oceanico” freudiano in cui c’è fusione tra il sé e l’altro, come il bambino nelle braccia della madre, ma è tramite l’oscillazione che si attiva la creatività.
L’atto creativo per svilupparsi deve attraversare un vuoto, allontanarsi da preconcezioni per accettare ciò che emerge dal profondo, ripristinando la fusionalità originaria ma senza rimanere imprigionati dentro. E’ come entrare in uno spazio vuoto dentro di sé, ove può nascere ogni cosa nuova, una sorta di utero, l’inizio di una trasformazione per poi poter accedere a processi d’integrazione. E' dunque un atto che presuppone la capacità di regredire ad un funzionamento primitivo e meno integrato. La creativa potrebbe bloccarsi quando diviene impossibile all'artista il concerdersi di muoversi fluidamente da uno stato di maggiore ad uno di minore integrazione, poiché lo stato meno integrato potrebbe smuovere quantità di angoscia non tollerabili. In questo senso l'analisi può divenire l'utile strumento per riacquistare la propria possiblità di vivere creativamente e dunque di poter riprendere anche una attività artistica che sia sentita come viva e significativa per l'autore.

Liberamente tratto da:
"Bellezza e tristezza nella poesia di Sandro Penna" di Matteo De Simone

1899: esplorazioni dell'inconscio tra psicoanalisi e arte


La data di pubblicazione della Traumdeutung assume nella storia dello sviluppo del pensiero psicoanalitico un significato di pietra miliare. Inoltre il carico di significato personale che quest'opera ha per Freud, si sposa perfettamente con l'intenzione di indirizzare la riflessione sui moventi che spingono gli uomini a guardare nelle più remote profondità di loro stessi. Moventi che sono sostenuti da una fondamentale sofferenza, per curare la quale la curiosità e il desiderio di crescere riescono a sopraffare la naturale ritrosia e l'evitamento della fatica per affrontare gli inquietanti meandri del proprio mondo interno.
Ogni manifestazione dell'espressività umana, in qualsiasi forma si manifesti, dalla più privata e condivisa solo con se stessi, per esempio nel sogno, a quella pubblica e socializzata, comprese quindi le produzioni scientifiche e artistiche, risponde a questo bisogno intimo di dare una forma all'esperienza interna di sconcerto e di sofferenza per la rottura di un equilibrio. «Anche il più semplice, più piccolo uomo, quando ha la sua nevrosi segnala a se stesso un conflitto: è tempo di andare, è tempo di pensare. La psicoanalisi può essere considerata come l'attività e lo strumento capace di raccogliere ed ampliare il debole segnale e consentire a quest'uomo di dirsi e sviluppare il suo “no”, trovando la libertà dentro di sé» (Di Chiara, 1985, 268). 

La spinta a esplorare, e quindi «nominare» e rappresentare il proprio inconscio, significa trarre l'altro, l'alieno, all'interno della propria competenza psichica. Il pensiero freudiano in questo senso non rappresenta che una tappa, fulgida sicuramente, ma assolutamente inscritta in un movimento che credo si possa iconograficamente identificare nell'immagine di Pinel che libera dalle loro catene i «matti» della Salpetrière. Atto che ha dato l'avvio, nella prospettiva della storia del pensiero psichiatrico, ad un percorso che, pur nelle differenze delle diverse epoche e delle diverse scuole di pensiero, non ha mai cessato di guidare l'operare psichiatrico. Lo sforzo della psichiatria francese post-rivoluzionaria, fino all'800, di individuare «sindromi», così come l'impresa di Kraepelin nella direzione della identificazione dell'entità nosografica, o la grande sistematizzazione di Jaspers della psicopatologia, tendono a sottrarre l'estraneo alla coscienza «sana» all'ambito del magico, del malefico, del non umano. Tendono a dare un significato di qualche tipo alla disturbante estraneità dello «psicopatologico», a non lasciarlo vagare come un personaggio senza volto e senza senso. L'opera di Freud in questo senso rappresenta il culmine di tale operazione di conquista al senso e al pensiero dell'estraneo. Rappresenta, citando ancora Di Chiara (1985), un'esplicitazione della «funzione psicoanalitica della mente», che peraltro non viene a riguardare unicamente l'ambito «psi», ma si può rintracciare anche nello sviluppo del pensiero filosofico e, ancor di più, nell'ambito artistico. Così negli anni intorno alla fine del 1800 e l'inizio del 1900 il clima culturale era saturo di questa più o meno consapevole curiosità nei confronti dell'estraneo in noi.
«Questo libro [L'interpretazione dei sogni] ha infatti per me anche un […] significato soggettivo, che mi è riuscito chiaro solo dopo averlo portato a termine. Esso mi è apparso come un brano della mia autobiografia, come la reazione alla morte di mio padre, dunque all'avvenimento più importante, alla perdita più straziante nella vita di un uomo» (Freud, 1899, 5).
L'opera fondamentale che si può porre come pietra angolare dell'edificio psicoanalitico nasce, nel 1899, come reazione ad una perdita, «alla perdita più straziante nella vita di un uomo».
Il vuoto che l'oggetto lascia nel mondo sembra solo un'eco di una perdita più vasta e profonda che si produce all'interno della mente di chi questa perdita subisce, come la produzione di una «perdita di sostanza» che richiede un'attività intensa per poter ricostituire questa sostanza perduta. Prima di elaborare la riflessione su lutto e melanconia, Freud attua questo lavoro, indirizzando, genialmente, tutte le sue risorse ad un'esplorazione dei propri spazi interni, attraverso «la via regia» del sogno.
In una lettera a Fliess, per ringraziarlo delle condoglianze, scrive: «La morte di mio padre mi ha colpito profondamente per una delle oscure vie che sono al di là della coscienza ufficiale […] quando è morto aveva fatto il suo tempo, ma la sua morte ha risvegliato in me tutti i miei antichi sentimenti. Ora mi sento completamente sradicato» (cit. da Jones, 1953, 391).

La capacità di creare, e la possibilità di riparare tutto ciò che nel procedere dell'esperienza assume il carattere traumatico di una concretizzazione di queste evenienze fondamentali, diviene il motore che ci seduce verso l'esplorazione dello sconosciuto; l'incombenza della sconfitta e dello scacco del senso ciò che ci terrorizza: il tramonto della ragione.
Edvard Munch
Ragazze sul ponte
Olio su tela
Museo Puskin - Mosca


La distinzione tra mondo interno e mondo esterno sembra raffigurata da un dipinto, Le ragazze sul ponte, che Edvard Munch realizza nel 1899.
La vicenda di Munch è particolarmente indicata ad un'esplorazione tesa all'evidenziazione della relazione tra vicende personali e creatività artistica. Egli pone come centro della propria produzione i fatti fondamentali della propria vita. La sua vicenda infantile ruota intorno alla morte della madre, a causa della tubercolosi, quando egli aveva cinque anni. Edvard era il secondo di cinque fratelli. La sorella maggiore di un anno, Sophie, morì di tubercolosi a quindici anni. La sorella minore, Laura, divenne, nella prima adolescenza, psicotica. Il fratello Andreas, il penultimo figlio, morì a ventisei anni di polmonite. Il padre soffriva di una situazione ciclotimica. L'ultima sorella, Inger, rimane tutta la vita accanto ad Edvard, che mai riuscirà a formarsi una famiglia, terrorizzato dall'incombere della malattia e della follia su di lui.
Nella produzione pittorica di Munch, una vocazione che ha conservato come un'eredità materna, gli eventi traumatici della sua vita vengono rappresentati con una cronologia che rispetta un andamento che dall'ultimo evento va verso il primo, dal meno drammatico a quello irreparabile. La bambina malata (Chiappini, 1998, 70; www.edvard-munch.com/gallery/death/index.htm), raffigurazione della malattia della sorella Sophie, è datato 1885, nella sua prima versione; Morte nella camera di un'ammalata (Chiappini, 1998, 73,  www.edvard-munch.com/gallery/death/index.htm), la scena della morte della sorella è del 1893 (ci sono voluti otto anni per passare dalla malattia alla raffigurazione della morte); La madre morta e la bambina (Cfr. Bishoff, 1994, 57; www.edvard-munch.com/gallery/death/index.htm), che si riferisce alla morte della madre del 1899.
Un andamento a ritroso che indica come il lavoro artistico rappresenti per lui il tentativo di recuperare allo spazio della pensabilità «i vuoti di senso che dall'anima si trasmettono alla mente e la lasciano esausta per la perdita di significato delle persone e delle cose [che] costituiscono […] il modo di Munch di rappresentare la proibizione di essere» (Magherini, 1998).
Recuperare le memorie tende a liberarle dalla persecutorietà che contengono: nuclei di esperienza allo stato puro, pensieri senza pensatore, possono divenire la fonte interna della creatività, frammenti di vita di cui dolorosamente riappropriarsi, attraverso un lavoro che permetta all'Io di non restare soverchiato dalla perdita rappresentata dalla mancata simbolizzazione delle «più piccole cose» che non ci sono più.
Nella mente di Munch queste immagini sono rimaste come sospese nel tempo. Vi è un tempo oggettivo, lineare, che scorre inesorabilmente, ed un tempo interno, bloccato. È il tempo del ricordo racchiuso in una prospettiva chiusa e ricorsiva, in cui il passato non può essere tale, ma è sempre, persecutoriamente, presente.
Come Freud ha asserito nell'inconscio non troviamo traccia di una concezione del tempo. Il tempo è una dolorosa acquisizione della consapevolezza di sé. Attraverso un confronto sempre turbolento tra il tempo lineare oggettivo, ed i tempi interni, bloccati o oscillatoriamente mobili. Sembra tuttavia che in Munch questa rappresentazione di un tempo interno fermo su questi eventi si possa anche discostare dall'idea di una vera e propria paralisi, come potrebbe essere quella del tempo melanconico che «sembra congelato in un momento che dura per sempre, come la morte stessa» (Birksteed-Breen, 2004, 1505), o come nelle manovre ossessive di negazione del tempo descritte da Fachinelli (1992). Se da un lato non è negato il tempo lineare oggettivo, dall'altro la temporalità oscillatoria interna sembra riaperta, in un andare dal presente al passato, per rendere pensabile ed elaborare l'esperienza emotiva, nell'allora intollerabile. È questa la nachträglichkeit freudiana, che permette (Baranger W. e M., 1987) l'elaborazione del trauma che qui forse proprio attraverso la mediazione artistica «dà forma concettuale e verbale - in questo caso figurativa - a ciò che si manifestava come inammissibile e incomprensibile» (179). Penso in particolare a come l'espressione artistica possa fungere da mente altra, la mente materna che tiene al proprio interno le angosce del bambino il tempo necessario per renderle tollerabili. È questa la matrice di un tempo soggettivo, interno, non paralizzato.
Il lutto legato alla perdita della madre, rappresenta, nell'età in cui Munch l'ha patito, un'esperienza che si pone ai limiti della possibilità di concepire una elaborazione per una mente ancora così bisognosa di un supporto. Sarebbe proprio della madre, della sua capacità di consolare e dare conforto che il bambino di fronte ad un carico di emozioni così grande avrebbe bisogno; ma è proprio questa che viene a mancare. La possibilità di avere dentro di sé un oggetto interno materno sufficientemente solido appare, in un'età così precoce, e con le vicende familiari specifiche di Munch, profondamente problematica. L'ambiente familiare è chiuso su di sé e sul proprio dolore e viene a configurare un ambiente «madre-morta» nell'accezione di Green (1980): l'evento trasforma «l'oggetto vivente, sorgente della vitalità del bambino, in una figura lontana, atona, quasi inanimata» (265).
Tre ragazze, tutte rivolte verso la stessa direzione, osservano il paesaggio che si riflette nell'acqua. In questo riflesso esiste un particolare che è balzato all'attenzione di tutti, cioè che accanto al grande albero, manca la luna. Ma in realtà vi è un'altra caratteristica che può far pensare ad una sorta di lapsus pittorico: la casa che si riflette è diversa, reciproca, rispetto a quella reale. La parte più bassa del tetto diviene nel riflesso quella più alta e viceversa; compare una finestra in più nel riflesso che non esiste nella «realtà».
Ciò che le ragazze vanno osservando è lo spazio interno della mente, popolato dagli oggetti della storia che possono declinarsi secondo due registri: da un lato vi è lo spazio dei ricordi, dove gli oggetti vengono conservati anche nelle loro relazioni. In particolare sembra che la luna, l'albero e la casa, nello spazio «reale» configurino una relazione tra padre e madre che crea lo spazio della familiarità. È questo quindi lo spazio del ricordo, della relazionalità e della creatività. Nel riflesso viceversa si configura lo spazio del «trauma», della perdita dell'oggetto. In questo spazio campeggia l'assenza, il luogo dove non è più l'oggetto. Solo nel momento in cui è possibile rappresentarsi la morte della madre, e la situazione emotiva che si realizzò nel mondo interno, che può riorganizzare, attraverso l'elaborazione del lutto, il proprio spazio interno, in cui l'esperienza della perdita e quella del ricordo possono affiancarsi in una realtà interna vitale.
L'elaborazione del lutto tuttavia non toglie la perdita: se nella realtà la vita può riprendere il suo corso in una relativa tranquillità, nel profondo dell'anima i vuoti restano, anche se la riparazione può addirittura creare qualcosa in più rispetto al reale. Come osserva F. Meotti (1998): «nel momento stesso in cui procede alla
riparazione dell'oggetto […] [il soggetto] crea di fatto un oggetto nuovo, ma, soprattutto, crea la propria creatività […] [la riparazione] appare come un processo molto complesso in cui […] è necessario che l'esperienza vitale e sempre più importante del presente rafforzi la coesione e il peso che il sé dà a se stesso, in modo tale da variare il tono affettivo della memoria senza adulterarne il significato» (150). In questo senso, tornando a Ragazze sul ponte, si può pensare sia la realtà soprastante ad essere un riflesso di quella sottostante, uno spazio in cui il sé ha potuto «variare il tono affettivo della memoria», attingendo comunque a primitive esperienze legate alla presenza viva e vivificante della madre.

Tratto da:
Trabucco, L. (2007). 1899: esplorazioni dell'inconscio tra psicoanalisi e arte. Rivista Psicoanal., 53:673-696